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Fattori di rischio: conflitti casa-lavoro, orari e ritmi lavorativi

Le conseguenze psicofisiche di fattori di rischio come l’insicurezza lavorativa, gli orari di lavoro troppo lunghi, il lavoro a turni, gli elevati ritmi lavorativi e le difficoltà nella conciliazione casa-lavoro.

Milano, 22 Feb – “Nonostante lo  stress lavoro-correlato sia considerato uno dei più rilevanti problemi per la salute occupazionale dalle principali agenzie nazionali e internazionali di igiene e sicurezza sul lavoro, solo una minima parte dei disturbi psichici causati dal lavoro vengono denunciati e riconosciuti come malattie professionali in Italia”...
 
A sottolineare questa carenza nella denuncia e riconoscimento dei disturbi psichici lavoro correlati e, più in generale, a presentare alcuni fattori di rischio lavorativi sottovalutati  , è un intervento di Angelo d’Errico (Servizio Sovrazonale di Epidemiologia,  ASL TO3) al seminario SNOP “ Le patologie professionali e miglioramento delle notizie sullo stato di salute dei lavoratori: l’occasione dei Piani regionali di prevenzione 2015-2018” che si è tenuto il 18 settembre 2015 a Milano.
 
Nell’intervento “Fattori di rischio occupazionali emergenti e salute”, Angelo d’Errico si sofferma su vari fattori di rischio come l’insicurezza lavorativa, gli orari di lavoro, gli elevati ritmi lavorativi e le difficoltà nella conciliazione casa-lavoro riportando utili indicazioni sull’associazione con problemi e patologie psicofisiche.
 
Avendo già parlato su PuntoSicuro in questi mesi delle conseguenze sulla salute della insicurezza lavorativa e dei rapporti di lavoro temporanei e precari, ci soffermiamo sulle problematiche connesse agli orari di lavoro, intesi come:
- long working hours: “definite come > 40 ore o > 48 ore/settimana”;
- night shift work:  cioè con riferimento al lavoro a turni;
Il relatore ricorda che entrambi sono stati associati ad aumentata probabilità di:
- problemi di salute: “malattie cardiovascolari e mentali, disturbi del sonno, diabete, disturbi gastrointestinali e muscolo-scheletrici, infortuni, disabilità”;
- alterazioni comportamentali: “fumo, alcool, inattività fisica, dieta malsana”.
E per il lavoro a turni sono stati “riportati eccessi di tumori della mammella e della prostata (classe 2A, IARC, 2007)”.
Tuttavia molti di questi studi soffrono “di una inadeguata definizione dell’esposizione. Poiché queste caratteristiche del lavoro sono spesso correlate all’esposizione a fattori di rischio di tipo fisico (lavoro fisico intenso) e psicosociale (high demand, low control, high strain, effort-reward imbalance, social support) è controverso se gli effetti osservati non siano dovuti al confondimento da parte di altre esposizioni lavorative”. Inoltre non è chiaro “se le alterazioni comportamentali indotte siano mediatori dell’effetto del lavoro ad orario prolungato o a turni sulla salute”.
 
Uno schema riportato nell’intervento ricorda che il “long working hours” si collega a una “ridotta disponibilità di tempo o ridotta capacità di utilizzare effettivamente il tempo per dormire, riposarsi o svolgere attività familiari o di svago”. E a una “più lunga esposizione o aumentata vulnerabilità a: elevata pressione lavorativa; fattori di rischio occupazionali”. E tutto questo può avere impatto sul lavoratore (malattie, infortuni, qualità della vita, ...), sulla famiglia (cura dei familiari, qualità delle relazioni, reddito familiare,...), sul datore di lavoro (produttività, qualità, costi di malattie e infortuni), sulla comunità (costi di malattie e infortuni, ...).
Sono poi riportati diversi dati sull’esposizione a lunghi orari di lavoro (particolarmente evidente nel comparto agricolo, ma anche nel commercio e nei trasporti) e ricordato che ci sono risultati controversi per la correlazione con i problemi di salute mentale.
 
E riguardo invece al lavoro a turni si fa riferimento a:
- “associazione abbastanza consistente con la malattia ischemica coronarica sulla base degli studi di incidenza, ma non di mortalità”;
- “associazioni consistenti con stress occupazionale (basso job control, alta effort-reward imbalance), conflitti casa-lavoro e deficit di recupero;
- associazioni abbastanza consistenti con ridotta durata o qualità del sonno, fumo, BMI (Body mass index, ndr), peso corporeo”, ma “non per alcool e attività fisica”;
- associazioni consistenti con diversi end-point intermedi o fattori di rischio biologici (aterosclerosi, colesterolemia, alterazioni linfocitarie, alterazioni della frequenza cardiaca e della sua variabilità, incrementi di cortisolo e noradrenalina, diabete, sindrome metabolica)”.
 
Rimandando ad una lettura integrale delle slide dell’intervento, che riportano molti dettagli e anche indicazioni dei limiti delle ricerche, ricordiamo che il relatore si sofferma ampiamente sulla eventuale correlazione tra shift work e cancro della mammella e riporta anche alcune indicazioni relative ad altre forme tumorali e a problemi di salute mentale.
 
Veniamo invece al tema delle elevate richieste di lavoro (high demand):
- “dimensione che cattura esposizione ad alti ritmi di lavoro e a carico di lavoro eccessivo sia fisico che mentale (forte correlazione con livello di esposizione a fattori ergonomici);
- dimensione frequentemente esaminata insieme a quella del job control o del job reward nell’ambito dei modelli DEMAND-CONTROL (Karasek, 1985) e EFFORT-REWARD IMBALANCE (Siegrist, 1996);
- difficile quindi isolare in letteratura il suo effetto sulla salute, al netto di quello delle co-esposizioni psicosociali dei due modelli;
- riportate associazioni soprattutto con: disturbi mentali (Stansfeld & Candy, 2006; Bonde, 2008); malattie cardiovascolari (Eller et al., 2009); disturbi muscolo-scheletrici (Da Costa & Vieira, 2010).
L’intervento riporta poi altre indicazioni sull’associazione tra stress sul lavoro, disturbi psicologici comuni e depressione.
 
Riguardo infine ai conflitti casa-lavoro si ricorda che la dimensione del conflitto casa-lavoro “si riferisce ad una condizione in cui gli ambiti del lavoro e della famiglia interferiscono così tanto che uno esercita un effetto negativo sull’altro”.
E secondo il NIOSH, “il conflitto casa-lavoro è uno dei 10 fattori stressogeni lavorativi più importanti (Kelloway et al., 1999)”.
Si indica poi che la teoria prevalente su cui si basano gli effetti sulla salute associati è la “role strain hypothesis”, che “afferma che il conflitto casa-lavoro è una forma di conflitto tra ruoli nel quale la pressione derivante dal ruolo lavorativo e quello familiare sono per qualche aspetto mutualmente incompatibili (Greenhaus & Beutell, 1985)”.
Si segnala poi che numerosi studi “hanno dimostrato un’associazione tra work-family conflict e disturbi mentali ( ansia, depressione, burnout)”.
 
Concludiamo segnalando che alcuni studi europei, con riferimento al doppio carico di lavoro,  “hanno mostrato che le donne che combinano lavoro retribuito e cura dei figli riportano più sintomi fisici e psicologici di donne occupate senza figli (Krantz et al., 2001, 2005; Vaananen et al., 2004). Tuttavia, la maggior parte degli studi longitudinali sul ‘doppio carico’ non hanno trovato effetti sulla salute generale o sulla mortalità delle donne con questi ruoli multipli (revisionati da Waldron et al., 1998). Al contrario, i pochi studi che hanno indagato l’effetto del doppio carico sulla salute cardiovascolare hanno osservato un aumento del rischio tra le donne occupate con figli (Haynes & Feinleib, 1980; Lee et al., 2003; Zimmerman & Hartley, 1982; James et al., 1989; Brisson et al., 1999)”.
 
 
 
Fattori di rischio occupazionali emergenti e salute” a cura di Angelo d’Errico (Servizio Sovrazonale di Epidemiologia, ASL TO3), intervento al seminario “Le patologie professionali e miglioramento delle notizie sullo stato di salute dei lavoratori: l’occasione dei Piani regionali di prevenzione 2015-2018” (formato PDF, 2.57 MB).
 
 
Tiziano Menduto
 
 
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