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ALCUNE ANALISI SUL MERCATO DEL LAVORO A BELLUNO E IL TAVOLO DELLE POLITICHE ATTIVE

foto de carli articoliDa alcuni giorni abbiamo la disponibilità dei dati sulla situazione del Mercato del Lavoro in Veneto riguardanti il primo semestre dell’anno; questi dati confermano sia il periodo di crescita complessiva dell’economia, il PIL Veneto è stimato per il 2017 circa alla pari di quello nazionale al 1,5%, con una crescita dei rapporti di lavoro che numericamente superano per la prima volta la dinamica di crescita avutasi fino al 2008. In parallelo pero’ non muta il modello occupazionale esistente sia nei periodi di forte espansione produttiva sino al 2008, sia nel periodo di forte crisi dal 2008 sino ad oggi; un modello basato sulla precarietà.

In Veneto la percentuale di assunzioni a tempo indeterminato, piu’ le trasformazioni da tempo determinato o da apprendistato, raggiunge a malapena il 14.2% del totale delle assunzioni complessive avviate nel corso del II° trimestre. La fanno da padroni i contratti a tempo determinato, che rappresentano a livello veneto il 60% delle assunzioni, e le somministrazioni circa il 24.9% del totale degli avviamenti nel II° trimestre 2017. Buono pure il trend delle assunzioni di apprendisti pari a 5.5 % del totale degli avviamenti, come eccezionale è l’impennamento dei contratti a chiamata (intermittenti) nei settori dei servizi e turismo e contestuale all’abolizione dei voucher. La visione sembra essere chiara e ci fa vedere un sistema dell’impresa poco interessata a dare fiducia alla ripresa stessa, magari investendo sui lavoratori per periodi duraturi con un maggior numero di contratti a tempo indeterminato, peraltro oggi meno garantisti che in passato poiché rivisitati dagli interventi legislativi del Job Act. La CGIL non ha difficoltà a dire che il Job Act di fatto non ha prodotto risultati ne sul fronte dell’abbassamento della precarietà, come paventato negli obbiettivi del Governo Renzi, ne sulle dinamiche evolutive per l’uscita dalla crisi e per favorire un ulteriore fase di sviluppo della nostra economia.
Le stesse dinamiche si registrano sul fronte occupazionale bellunese, dove la somma tra nuovi contratti a tempo indeterminato e trasformazioni da contratti a termine e da apprendistato al massimo raggiunge il 13.8% del volume dei nuovi contratti attivati; anzi il saldo tra avviamenti e cessazioni dei soli contratti a tempo indeterminati registrati presso i centri per l’impiego della provincia di Belluno da inizio 2017 e sino a giugno, risulta negativo di circa 110 unità. Il numero dei contratti a termine, comprese i lavoratori con contratto di somministrazione, stipulati nel primo semestre 2017 (13150) rappresentano l’87.1% del totale delle assunzioni effettuate.
Se nel bellunese le modalità di assunzione utilizzate sono in linea con il panorama Veneto, basso numero di tempi indeterminati e moltissimi contratti precari, dobbiamo anche affermare che a giugno 2017 non si erano ancora raggiunti gli stessi numeri di occupati come nel 2008, cosa questa invece gia’ avvenuta nel resto del Veneto; in particolare mancavano 2386 posizioni per pareggiare lo stesso dato occupazionale del 2008, mentre il Veneto complessivamente ha circa 34000 addetti in più dall’inizio storico della crisi.
Vorrei pero’ soffermarmi su un dato che emerge dalla fotografia al 30 giugno 2017 sui disoccupati ancora iscritti presso i centri per l’impiego della Provincia di Belluno; sono 8860 in tutto e 585 aspettano una ricollocazione da meno di un mese, 1390 da meno di quattro mesi, 2320 da un anno, 1905 da due anni e ben 2655 da piu’ di due anni.
Andando più in profondità scopriremo che le fasce in maggiore difficoltà nell’avere ricollocazione sono quelle che hanno un’eta’ compresa tra i 45 e 64 anni (figuriamoci quelli con età sopra i 65 anni); nella sostanza piu’ del 66% dei disoccupati per questa fascia di eta’ e’ rimasto in stato di disoccupazione per piu’ di un anno, con la punta per la fascia di eta’ tra i 60 e 64 anni addirittura del 73% e con la fascia 50/54 che e’ a tutt’oggi senza lavoro per piu’ di tre anni nel 39% dei casi.
Pur con la convinzione che la disoccupazione giovanile rappresenta un problema sociale per l’intero Paese ed anche per la nostra Provincia (non abbiamo peraltro le punte raggiunte in altri territori e un tasso di disoccupazione del “solo” 6.2%), la preoccupazione della CGIL è rivolta a questa fascia di lavoratori. Non sono in grado di raggiungere i requisiti della pensione poiché la riforma Fornero allunga a cicli ripetuti l’aspettativa di vita per l’accesso pensionistico, e allo stesso tempo non sono piu’ graditi alle imprese che preferiscono assumere le giovani generazioni.
Per questo abbiamo posto alle associazioni di categoria e alle istituzioni la richiesta di un “Tavolo” che elabori la situazione di criticità alla rioccupazione, partendo magari da quelle di lavoratori “anziani” da tempo fermi dentro le liste dei disoccupati, e faccia “laboratorio” con il sistema dell’impresa per incrociare le necessità professionali degli imprenditori.
Da più parti infatti scopriamo che nei piani di sviluppo di medie e grandi aziende si evidenziano possibilità di crescita occupazionale, crescite che in qualche caso vengono frenate dalla mancanza nel mercato del lavoro di professionalità adeguate.
Intendiamo ora favorire un lavoro comune con le rappresentanze di categoria per costruire percorsi di politica attiva, coordinato dai dirigenti del settore Sviluppo Economico e Sociale dell’ente Provincia, utilizzando ove possibile il periodo di permanenza del lavoratore entro gli ammortizzatori sociali concordati (vedi la CIGS nelle grandi aziende in crisi) e con possibili vantaggi di contribuzione pubblica, per costruire le professionalità necessarie al sistema produttivo e favorire quindi il reinserimento dei lavoratori espulsi dal lavoro( o nel rischio di espulsione).


CGIL BELLUNO

Mauro De Carli

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di vittorio progetto sviluppo1 bruno trentin