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Ideal, dolore e paura e oggi tutti in sciopero  
 
Il suicidio di De Gol ha scosso i dipendenti, già provati dall’annuncio dei tagli Oggi pomeriggio operai fuori dallo stabilimento, per 4 ore l’attività si ferma  
di Raffaele Scottini wQUERO Da una parte ci sarebbe voglia di urlare rabbia, dall'altro il desiderio di mantenere un profilo basso. Mobilità, crisi, licenziamenti sono le parole che nessun lavoratore vorrebbe mai sentire. Ma di recente è successo tante, troppe volte, l'ultima in questi giorni all'Ideal di Quero, una delle principali fabbriche del Basso Feltrino investita in pieno dall'emergenza e dove oggi i dipendenti hanno deciso di scioperare perché cinquanta di loro rischiano di perdere definitivamente l'impiego. Incroceranno le braccia per tutte le quattro ore di fine turno. Dopo la pausa pranzo di mezzogiorno, nel pomeriggio non riprenderanno a produrre la componentistica per occhiali con la quale l'azienda si è costruita una reputazione dal 1977, fornendo materiali all'avanguardia.

All'interno della ditta si respirano scoramento, amarezza, frustrazione, che ribollono insieme alla paura di quello che capiterà domani, perché ancora oggi gli operai non conoscono il loro futuro. Ed è la cosa peggiore, non avere certezze. La crisi poi è un'arma, può portare a compiere gesti estremi. Il timore per il posto ha spinto un tecnico dell'Ideal a togliersi la vita e martedì, non appena i dipendenti hanno saputo ciò che era successo al loro collega, hanno sospeso l'attività. Una forma di vicinanza che si unisce alla protesta contro la volontà manifestata dalla nuova dirigenza di ridurre l'organico. «Non c'è un bel clima, quello che è accaduto ci ha sconvolto. L'azienda per noi è sempre stata una grande famiglia». È la voce di una dipendente, ma diventa un’eco: «Quanto capitato ci ha colpito molto profondamente, è un momento difficile per tutti, aspettiamo di conoscere le decisioni perché ancora non c'è niente di sicuro. È stata aperta la procedura di mobilità e per noi è stato un fulmine a ciel sereno. Non ce lo aspettavamo proprio e non sappiamo nemmeno quali possano essere state le cause. La crisi in giro c'è da parecchio tempo, ma qui non ce n'eravamo mai accorti. Avevamo anche gli interinali. La speranza è che ci sia la ripresa, così si può scongiurare il peggio, ma vista la situazione in giro è difficile». La maggior parte degli operai che escono all'ora di pranzo, il giorno dopo essere tornati a lavoro in seguito alla tragedia, vanno via in fretta, molti con le facce scure. Alcuni si fermano a parlare: «Non si sa ancora niente, è un incubo, non possono pretendere che stiamo con l'angoscia di non sapere se siamo tra chi verrà licenziato oppure no». Perché restare nell'incertezza è la tortura peggiore: «La gente è anche brava a continuare a lavorare», lo sfogo. «I titolari non dicono niente. È bruttissimo, c'è gente impiegata da quasi trent'anni, ha famiglia e mutui da pagare, non è una bella situazione». La considerazione è che «se trovassero qualcuno a cui vendere sarebbe meglio. Il taglio non serve e non sappiamo se dopo hanno caro andare avanti con l'attività. La paura è che l'azienda vada a chiudere e sarebbe assurdo». E ancora: «Finché questa ditta veniva gestita da persone del posto c'erano certezze, fino a gennaio si lavorava bene e facevamo anche gli straordinari con disponibilità. Nel giro di un mese poi le cose sono cambiate e adesso ci scaricano così. È successo tutto improvvisamente. Speriamo che non siano solo i primi cinquanta a rimanere a casa, staremo a vedere». Per scongiurare il peggio, ovvero l'immediata messa in mobilità di un terzo della manodopera, la rappresentanza sindacale sta coordinando il tavolo di confronto con la dirigenza dell'Ideal, ma preferisce mantenere il riserbo sulla questione che si è presentata delicata fin dai primi passi. «La trattativa è ancora in corso», fa sapere Denise Casanova di Filctem Cgil. Occorre tentare il tutto per tutto per limitare i danni. Per questo, parallelamente, il capogruppo del Pdl in consiglio veneto Dario Bond ha chiesto l'attivazione di un tavolo regionale – invocato fortemente anche dal sindaco di Quero Sante Curto e dagli altri Comuni dell’area - perché si cominci a parlare almeno di cassa integrazione o di misure alternative già sperimentate altrove, come i contratti di solidarietà. La priorità, per tutti, oggi è salvare i posti nell’attesa che la crisi smetta di mordere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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