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La storia della camera del lavoro di Belluno 2° parte
 
Fortunato Viel e il sindacalismo bellunese degli anni venti.
Alle origini della Camera del lavoro di Belluno
Ferruccio Vendramini
1. Le prime prove di Viel
Nella scheda di polizia relativa a Fortunato Viel, inviata il 15 gennaio 1920 dalla Prefettura di Belluno al ministero dell'Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale (CPC), così si legge:


 

 Viel Fortunato, fu Luigi e di Angela Cavalet, nato il 29 novembre 1890, a Predeal (Romania), scalpellino, celibe, domiciliato a Ponte nelle Alpi (Belluno), frazione Roncan, residente a Belluno, via Derna n. 3 1  .Soldato di prima categoria, classe 1890, dal 7 settembre 1914 al 23 marzo 1919, quando fu inviato in licenza illimitata. In prima nel 47°, poi nel 95° Fanteria. Socialista ufficiale 2 .

 Seguono altre annotazioni, che, essendo state scritte nel periodo prefascista, non ricalcano il cliché che fu poi tipico della polizia di regime nei confronti dei “sovversivi”.

Le notizie della scheda sono qui integrate con quelle ottenute attraverso una testimonianza orale  che la signora Eleonora Viel in Casanova, nipote di Fortunato, mi ha rilasciato ancora nel luglio del 1994, a Roncan, presente l’on. Giovanni Bortot. Mi sono servito anche di altri dati emersi in qualche archivio locale, come l’Anagrafe del comune di Ponte nelle Alpi e l’Archivio della Provincia (APB), oltre all'Archivio dello Stato di Belluno (ASB). Quanto alle vicende politiche, si è fatto ricorso soprattutto alla stampa dell’epoca.

La famiglia, come molte dei Coi de pera (Colli di pietra) e di altre zone di Ponte nelle Alpi, viveva con il lavoro di cavatore e di scalpellino. Il padre di Fortunato Viel, secondo la sopracitata testimonianza, era all'estero, con la moglie, occupato appunto nella escavazione e lavorazione della pietra. Quella di Viel sarebbe stata  una famiglia numerosa, nove figli, ma cinque di loro, come spesso accadeva in quel tempo, morirono in giovane età.

Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1852, era proprietario della casa di Roncan, dove ora abita Giovanni Bortot, sindaco per lunghi anni del comune di Ponte nelle Alpi, anche lui operaio edile prima di diventare funzionario politico e parlamentare. E' una casa modesta, ma solida e impreziosita dalle pietre rosse delle cave vicine.

I figli furono tutti avviati all'attività di scalpellino. Oltre a Fortunato, c'era Ermenegildo, il più anziano (nato nel 1887), padre di Eleonora (1911), Vittorio (1896) e Cipriano (1900), il quale ultimo risiedette più a lungo nella casa paterna assieme a Fortunato, e poi emigrò in Brasile, dove morì nel 1946. La madre, Angela Augusta Cavalet (1857), era originaria di un paese confinante, Cugnan, dove però ora non ci sono più suoi parenti 3 .

Fortunato Viel, dopo la Romania, era stato "in America" (forse del sud, ma non ho trovato notizie precise a questo proposito), sempre per lavoro, tornando in patria al fine di sottoporsi agli obblighi militari.

La scheda del Distretto militare, conservata all'ASB (n. 18529), precisa che Viel aveva avuto il congedo nel 1910, ma fu successivamente richiamato e così, dopo quattro anni, dovette ritornare dall'estero. Il Distretto di Belluno indica il 7 settembre 1914 come data della sua presentazione; il 13 dello stesso mese Viel era inserito nel 47° Reggimento di fanteria. Con questo Reggimento si imbarcò a Taranto il 7 dicembre 1914 per la Tripolitania e la Cirenaica. Viel fu nominato caporale il 31 agosto 1915. Rientrò in Italia il 25 febbraio 1916, sbarcando a Napoli, e fu assegnato al 95° Reggimento di fanteria, per finire in zona di guerra il 15 marzo 1916. Nella scheda militare non vi sono altre notizie se non quella della licenza illimitata (27 marzo 1919), e della dichiarazione di buona condotta e di "aver servito con fedeltà e onore" la patria. Il 20 ottobre 1927, quando era già all'estero, gli fu concessa d'ufficio la medaglia ricordo della Guerra Europea 1915-18.

Egli aveva frequentato pochissimo la scuola, a causa degli impegni di lavoro all’estero. Lo ha confermato la nipote; essa ha però parlato anche della sua viva intelligenza, della sua onestà, delle sue amicizie importanti e delle doti di oratore (ha assistito, da piccola, ad un comizio che Viel aveva tenuto proprio a Roncan).

Occorre riprendere in mano la citata scheda di polizia per entrare in merito alla sfera politica:

 

Riscuote buona fama nell'opinione pubblica. E' di carattere serio, educato, intelligente. Ha frequentato la 2a classe elementare, non ha perciò nessun titolo accademico, ma con la lettura e col frequentare le adunanze e le persone colte del partito in cui milita, ha acquistato istruzione superiore agli studi fatti. Trae i mezzi di sostentamento dalla carica retribuita di segretario di parecchie organizzazioni operaie e di sezioni socialiste. Non gli furono né gli sono affidate cariche politiche od amministrative. E' iscritto al partito socialista ufficiale, è membro del comitato esecutivo della sezione socialista Bellunese, ed ultimamente (4 gennaio 1920) fu nominato rappresentante di questa Federazione Socialista Provinciale nel Consiglio nazionale del Partito. Ha molta influenza nel partito, limitata nella provincia di Belluno. Era in corrispondenza epistolare all'Estero col muratore Santus Giusto 4 ; rimpatriato costui ed eletto poscia deputato al Parlamento, non consta sia in relazione con altri correligionari all'Estero. Nel Regno è in relazione epistolare con gli Onorevoli Bassi, Santini e Vigna 5 ,e coi dirigenti la Federazione Nazionale Edilizia di Torino, dalla quale è sovvenzionato. Ha dimorato all'Estero (Predeal dove nacque) in Romenia e poscia, per dieci anni, in America fino al 1914, quando rimpatriò per soddisfare agli obblighi militari. Scrive sul periodico 'L'Avvenire' che si stampa in Belluno, organo del partito; riceve 'L'Avanti!' ed opuscoli di propaganda. Fa propaganda continua nella classe operaia in genere, fra gli edili ed affini in ispecie con molto profitto, mediante conferenze private ed anche pubbliche che ha tenuto e tiene spesso quasi periodicamente; è parlatore facile e convincente e si mostrò attivissimo conferenziere nel periodo elettorale. Verso le autorità tiene contegno rispettoso. Predominando egli sulle masse operaie ignoranti, dalle quali è molto inteso, in occasione sarebbe capace di spingerle all'azione. Ha preso parte a tutte le manifestazioni del partito. Nel luglio 1919, in occasione dello sciopero generale, proclamò lo sciopero dei muratori ed affini e tenne un comizio privato. Non fu mai proposto, né sottoposto all'ammonizione, né pel domicilio coatto. Non ha subito condanne né ha pendenze penali.

E', come si vede, il quadro di un "politico di professione", un funzionario sindacale degli edili 6 , stipendiato dalla rispettiva Federazione nazionale. Convinto delle proprie idee, deciso ma non violento, è legato alla gente che lo ascolta e lo segue anche per le sue doti oratorie; passa da un comizio all'aperto ad una conferenza in luogo chiuso senza particolari problemi. E' informato su quanto accade in provincia e in Italia, ed è in grado di scrivere articoli nel settimanale "L'Avvenire" (allora organo del Partito Socialista e delle Leghe Proletarie della provincia di Belluno), anche se ha frequentato solo la seconda classe elementare. L'intelligenza, le letture e il confronto con persone più preparate di lui, colmano i vuoti della breve frequenza scolastica. Gode di parecchia confidenza con i maggiori esponenti del socialismo provinciale, tra cui i parlamentari eletti nelle politiche del 1919: gli avvocati feltrini Luigi Basso ed Oberdan Vigna e l’operaio zoldano Giusto Santin.

Nella parte finale della scheda si parla dello sciopero generale del luglio 1919, senza ulteriori precisazioni. Non avendo altre fonti di riscontro, ci si deve riferire a quello nazionale dei giorni 20 e 21 luglio, indetto dal PSI e dalla Confederazione del lavoro per protestare contro l'intervento dell'Intesa che appoggiava "i controrivoluzionari in Russia ed in Ungheria", ed a favore dell'amnistia per i reati militari 7 .

Viel appare già come uno dei maggiori esponenti dei lavoratori edili, la categoria più rappresentativa del Bellunese. Lo stesso settore idroelettrico, allora in fase di espansione, occupava operai e manovali per la costruzione di dighe e canalizzazioni; l’energia prodotta prendeva invece la strada per la pianura veneta, dove sarà di supporto allo sviluppo di Porto Marghera. Numericamente esiguo dovrebbe essere stato anche il gruppo dei ferrovieri, poiché le linee del Bellunese non erano molto estese (la tratta Vittorio-Ponte nelle Alpi era in costruzione solo allora, dopo che, nel 1886, era stato inaugurato il collegamento Treviso-Feltre-Belluno). Poche erano anche le industrie metallurgiche e manifatturiere.

La Lega dell'edilizia ebbe quindi un ruolo basilare nel panorama sindacale della provincia. I risultati del voto politico del 16 novembre 1919, che videro la crescita del PSI, dipesero molto dalla “sindacalizzazione” di questi lavoratori. Un mese dopo, nel dicembre del 1919, si costituì ufficialmente la sezione socialista di Ponte nelle Alpi, di cui fu segretario Giuseppe Mares di Soccher 8 .

Viel aveva già un raggio d'azione che andava oltre il suo comune. Lo troviamo, ad esempio, in un comizio operaio tenutosi a Mel il 6 dicembre di quell'anno, dove parlò sui fatti politici e sindacali italiani. Egli sostenne la necessità dell'organizzazione unitaria e compatta dei lavoratori, individuata come valore primario del movimento: fu un suo principio ispiratore, cui si mantenne sempre fedele 9 .

La posizione assunta allora da Viel emerge in un articolo da lui firmato, apparso nel primo numero dell'"Avvenire" del 1920, e intitolato Lotta di classe. La prosa è chiara ed efficace, anche se, come allora capitava spesso, i problemi sono semplificati: la borghesia, da un lato, che detiene i mezzi di produzione e, dall'altro, il proletariato che produce ricchezza. Si è ormai in una temperie di scontro diretto con l’avversario; per Viel, i tempi del compromesso si erano definitivamente chiusi. Lo avrebbero dimostrato la mobilitazione spontanea che veniva dal basso. Si trattava ormai di battersi per la gestione dell’economia e della società curvate ai valori della giustizia sociale di stampo marxista. Viel era convinto che un “nuovo mondo” stesse inesorabilmente per affermarsi, per cui non bastavano più i programmi minimi di miglioramento delle condizioni dei lavoratori; occorreva una visione politica allargata, necessaria per gestire il governo a tutti i livelli. Le Leghe di mestiere dovevano essere "l'incontrastata espressione della più rigida lotta di classe". Viel, però, accettava che nel partito potessero coesistere "elementi eterogenei", proprio perché credeva nel dibattito interno e temeva i pericoli delle divisioni. Per tenere vincolate le diverse anime del socialismo era necessario che alla capacità di mobilitazione dal basso corrispondesse una forte guida dal centro. Si enuclea qui la sua collocazione nel PSI, come “massimalista unitario”.

Nell’articolo citato c’è anche un'affermazione critica nei confronti del parlamentarismo, che avrebbe sorretto gli interessi dei "grandi pescicani e degli avventurieri". Inoltre, si manifestava diffidenza verso la Chiesa 10 , che conservava ancora un forte ascendente sulla popolazione bellunese, specie quella delle campagne:

 

La stessa religione e la morale che la borghesia professa non sono se non falsi mascheramenti per far credere al popolo che la virtù, anzi lo spirito servile sarà compensato nell'altro mondo.

 La speranza di Viel è riposta in modo fideistico in un futuro “diverso”, senz’altro migliore, anche se non ancora ben definito:

 Cambiamo l'assetto economico ed altre morali prevarranno nel mondo. Finché prevarrà la spietata logica della morale borghese, noi vedremo miseria, odio e guerra tra i popoli; quando invece predominerà una morale che sia l'espressione della collettività sofferente, spezzate le barriere che dividono gli animi di razza diversa, avremo la fratellanza e l'amore internazionali come base indispensabile per mantenere una pace vera e feconda.

 

La conclusione dell'articolo è la seguente: 

Diamo quindi incremento ai nostri organismi di mestiere; eleviamoli alla potenzialità richiesta dall'opera che sono chiamati a realizzare; svegliamo il titano che dorme nel sonno suicida e compatti incamminiamoci verso i puri orizzonti del socialismo 11 .

 Con questi convincimenti “semplificatori” sull’organizzazione politica e sindacale, vissuti però con passione, Viel interpretava le speranze dei lavoratori, molti dei quali disoccupati dopo la guerra e con l’animo pronto a dare battaglia per migliorare il proprio stato economico e quello delle rispettive famiglie, messe in croce anche da un’inflazione galoppante. Egli era uno di loro, non un borghese prestato al socialismo, non un intellettuale, ma un proletario che aveva patito le stesse umiliazioni e le stesse fatiche dei lavoratori all’estero.

Due giorni dopo l'uscita dell'articolo citato, lo incontriamo al Congresso delle sezioni socialiste della provincia, tenutosi a Belluno il 4 gennaio 12 .

Il Congresso fu importante perché diede vita alla Federazione provinciale, approvata all'unanimità dai delegati, che in quel momento dimostravano un minore arroccamento a difesa delle varie correnti. Era avvertito il bisogno di una "unica direzione" e di "un concorde lavoro" politico.

Il Comitato federale fu eletto anche in base alle aree geografiche della provincia: Giuseppe Barbante (Feltrino), Eugenio Da Damos (Cadore), Luigi Da Varé (probabilmente è Davare, un cognome dell'Agordino), Arturo Giacomini, Carlo Pagani (medico chirurgo bellunese), Gianni Serragiotto (ragioniere, residente a Belluno), Antonio Talamini (famiglia originaria del Cadore). Fortunato Viel fu delegato a rappresentare la Federazione nel Consiglio nazionale del partito (v. anche la scheda della PS). Erano quindi di nuovo riconosciute le sue doti politiche, nonché la sua autorevolezza. Il che è confermato dal dibattito che si sviluppò, sempre nel corso di questo congresso, a proposito della fondazione di una Camera provinciale del lavoro, che a Belluno non era mai stata istituita. Passò la proposta di Viel, che aveva dimostrato "la necessità di raccogliere in un fascio compatto e disciplinato le forze organizzate delle diverse categorie di mestiere". Fu nominato a questo scopo un Comitato provvisorio, di cui egli fece parte. Una proposta discorde era quella di affidare ad un'organizzazione già esistente, come il sindacato edile, il varo della nuova struttura, ma non trovò l'assenso dei congressisti. Sembra, dunque, prevalere l’istanza politica più che quella sindacale nell’iter organizzativo della nuova struttura. Rimanevano tuttavia distinti i ruoli che partito e sindacato dovevano svolgere nella società 13 .

Ritroviamo Fortunato Viel come segretario del Sindacato dell’edilizia al convegno provinciale delle Leghe edili, svoltosi a Belluno il primo febbraio 1920 14 .

Cito dalla cronaca dell'"Avvenire" un passo del suo intervento:

 Le paghe non corrispondono più all'attuale costo della vita ed un aumento di salari si rende necessario per evitare la depressione dello spirito delle nostre masse. Se noi cercheremo di impiegare le nostre forze per ottenere dei miglioramenti nelle condizioni di vita degli operai, arriveremo anche a consolidare ed ampliare le organizzazioni. Riferisce sulla disoccupazione e sul malcontento che serpeggia tra le masse per l'incuria delle autorità e dice che la disoccupazione deve essere combattuta e vinta attraverso continue agitazioni.

 Nel corso del dibattito fu sollevato il problema dei salari equi e validi per l'intero territorio provinciale; inoltre, si insistette sulla necessità di combattere la disoccupazione attraverso l’appalto di opere pubbliche consistenti. Fu introdotto poi il discorso sui contadini: sarebbe stato meglio che molti tornasero alle campagne per una maggiore produzione della terra, senza "esercitare una concorrenza nociva agli operai autentici". E’ questa una spia della polemica allora in corso tra lavoratori tradizionalmente inseriti nell'edilizia e quanti, nei momenti di crisi, lasciavano i campi per offrirsi come manovalanza: una delle tante guerre tra poveri. Non va comunque dimenticato che Viel proveniva da una famiglia operaia e non contadina. Aveva imparato un mestiere ben definito, con le sue scale di lavori e codici morali. Forse anche per questo motivo i socialisti bellunesi si mossero tardi e con incertezza nel mondo rurale; una spiegazione si trova proprio nella composizione degli organi dirigenti: da un lato un personale particolarmente sensibile ai problemi operai, dall’altro, specie nelle amministrazioni più importanti, un gruppo di professionisti distratti da altre priorità, alcuni dei quali provenienti da famiglie di proprietari di terre in cui vigevano i tradizionali rapporti sociali.

Per il Bellunese non era una novità che braccianti e coloni si trasformassero in manovali e muratori; la storia dell’emigrazione locale, dalla metà dell’Ottocento in poi, si basa in buona parte sul “mutamento di ruoli”, una conversione che poteva verificarsi anche in maniera opposta. Gli emigranti temporanei in Europa mantennero un forte attaccamento alla propria terra e molti di loro continuarono ad accarezzare l’idea dell’ampliamento delle proprietà agricole così da chiudere il ciclo dei loro continui viaggi all’estero. Su questo trovavano l’appoggio dei cattolici.

Nel convegno del Sindacato edile del primo febbraio si discusse anche della costituzione della Camera del lavoro. Secondo la cronaca del periodico socialista, i presenti erano convinti che “solo attraverso l’unificazione di tutte le forze organizzate, senza distinzione di categoria” si sarebbe giunti a “formare quella massa granitica capace di infrangere e sormontare gli ostacoli” che la borghesia frapponeva “al progredire del proletariato”.

Al termine dell’incontro, Fortunato Viel, assieme a Giuseppe Collesei e a Luigi Viel (questi, pur essendo di Roncan, non era suo parente) 15 , fu delegato a partecipare al Congresso nazionale di categoria che si sarebbe tenuto a Milano.

Pochi giorni dopo il convegno delle Leghe edili bellunesi, Viel, con l'on. Giusto Santin, tenne delle conferenze sui temi del lavoro a Soccher, La Secca e Col di Ponte nelle Alpi 16 . Con Santin egli aveva coltivato un rapporto molto stretto, poiché il parlamentare zoldano era stato, come lui, emigrante ed era di origini operaie.

Il 9 febbraio Viel fu presente anche al comizio promosso dai disoccupati di Belluno:

 Una massa imponente gremiva la piazza del Duomo. Il suo contegno era calmo, ma le voci che ne uscivano erano indice del malcontento che regna tra le masse, causa l'abbandono in cui sono lasciate.

 

La PS aveva proibito i discorsi pubblici e perciò fu solo approvato un documento proposto dallo stesso Viel, che poi capeggiò una commissione di lavoratori che si fece ricevere dall'allora commissario prefettizio del comune di Belluno e quindi dal prefetto 17 . In questo periodo Viel s’impegnò soprattutto all'interno del Comitato provvisorio che doveva dare vita alla Camera del lavoro. Si stavano raccogliendo fondi per il suo funzionamento e le adesioni delle varie leghe di mestiere, e ci si rivolse ancora al commissario prefettizio di Belluno per ottenere una sede conveniente. Il Comitato inviò a tutti i sindaci della provincia la seguente circolare:

 Il grande sviluppo delle organizzazioni di mestiere nella nostra provincia ha fatto sentire la necessità della costituzione di una Camera del Lavoro, che possa meglio coordinare le varie associazioni, nelle quali ormai sono iscritti oltre diecimila lavoratori. Grandissima parte inoltre di impiegati e salariati dello Stato e degli Enti locali ha espresso il desiderio di sentirsi unita agli altri lavoratori e per far ciò attende il regolare funzionamento della Camera del Lavoro. Questa, messa allo studio qualche tempo fa, ormai si può dire costituita, ma per darle un assetto definitivo necessitano dei fondi di entità abbastanza rilevante. In quasi tutte le provincie d'Italia funzionano una o più Camere del Lavoro sussidiate anche dai comuni, che ben compresero la necessità di raccogliere in un tutto organico le associazioni dei lavoratori con direttive uniche, invece che lasciarle abbandonate a loro stesse con evidente pericolo all'ordine pubblico. Si ritiene che nella provincia al più presto fra lavoratori, impiegati e salariati, si potrà arrivare ad un minimo di ventimila iscritti, il che sarà sufficiente alle esigenze finanziarie del nuovo ente. Non dubitiamo che codesta on. Amministrazione vorrà venire in aiuto alla fondazione di un istituto tanto importante, contribuendo con quella somma che crederà di stanziare all'uopo. Si fa presente che il provvedimento è urgentissimo e si prega pertanto di dare una comunicazione al più presto dei provvedimenti che saranno all'uopo presi 18.  

Va sottolineato che la carica di segretario provvisorio del Comitato era ricoperta da Fortunato Viel, che si può quindi individuare come il principale promotore della Camera del lavoro di Belluno. E fu la Camera del lavoro, con Viel in testa, ad indire un grande comizio operaio a Belluno, il 7 marzo 1920. L'iniziativa mise in allarme le forze politiche avverse e l'autorità pubblica, tanto che "L'Avvenire" descrive una città vigilata da truppe in assetto di guerra. Il raduno fu relegato al Foro Boario (ora Piazza Piloni), dove si raccolsero "non meno di 5.000" persone, strette attorno ai loro simboli rossi.

Aprì il comizio Fortunato Viel, che portò il saluto della Camera del lavoro e della sezione socialista. Dopo vari discorsi, fu presentato il seguente ordine del giorno:

 I lavoratori di Belluno riuniti in comizio imponente; rilevato che il governo accenna a provvedere per la disoccupazione,

resa ancora più grave nella nostra Provincia martoriata dall'invasione, solo quando il popolo minaccia o scende in piazza; denunziate l'irrisorietà dei provvedimenti emanati, le perniciose, sciocche difficoltà burocratiche che ostano al rapido inizio di grandi opere pubbliche, l'inqualificabile ritardo nel pagamento dei lavori già eseguiti dalle cooperative; fatto presente che ad occupare questo anno tutta la mano d'opera locale necessitano lavori per 150 milioni almeno; reclamano che sia intensificata rapidissimamente l'esecuzione delle opere di ricostruzione, perché danneggiate dalla guerra, e di quelle nuove previo stanziamento dei fondi necessari; che i lavori siano affidati alle cooperative autentiche e non ad imprese private; che siano subito pagati i lavori già eseguiti e per l'avvenire si paghino dietro presentazione dello stato di avanzamento; deliberano di stringersi sempre più attorno alle loro organizzazioni economiche e politiche nella cui opera soltanto hanno fiducia; di opporsi con ogni mezzo alla infiltrazione di imprese private là dove le cooperative intendono assumere i lavori; di estendere l'agitazione a tutta la Provincia ed intensificarla fino al raggiungimento degli scopi propostisi, demandando alla Camera del Lavoro la scelta dei mezzi.

 Il momento della sua approvazione è così descritto dal periodico socialista:

 E' una selva di mani che si innalza in tutta la piazza per approvarlo, è una salva di applausi che accoglie la proposta di non salire con esso le scale di uffici per portarlo ai rappresentanti locali del governo, dai quali tutto il possibile si otterrà ugualmente, solo per la dimostrazione di forza data dalle masse Bellunesi 19 .

 E’ qui espressa ancora un'assoluta fiducia nel potere dell'organizzazione e della forza controllata dai vertici, che, pressati dalla crescita vorticosa del movimento, erano inclinati a credere in un suo sviluppo progressivo. Il comizio di Belluno fu alla base di altri interventi di mobilitazione sindacale e politica.

Una delle occasioni d’impegno, soprattutto per Viel, fu il primo maggio 1920. La festa dei lavoratori fu celebrata quell'anno con numerosi e partecipati incontri, non ancora turbati dalle squadre fasciste. La gente si riversò pacificamente nel centro di Belluno. Probabilmente non ci fu un'altra manifestazione politica così nutrita svoltasi nel capoluogo prima del fascismo. Seguiamo la cronaca dell'"Avvenire".

Alle 9 di mattina, il piazzale della stazione ferroviaria era già affollato (allora la stazione si trovava dove attualmente ci sono le scuole elementari Gabelli). Alle 10 "la folla era così grande da non trovarvi più posto" e, "seguendo le sue rosse bandiere", si trasferì in Piazza Campitello (ora dei Martiri), quella più spaziosa della città. Il giornale calcola che le persone presenti fossero diecimila, appartenenti alle Leghe degli edili, dei ferrovieri, dei metallurgici, dei panettieri, ai Circoli operai educativi, e così via. A tutta questa gente parlò Fortunato Viel a nome della Camera del lavoro e l'on. Dante Gallani, polesano, per la direzione nazionale del PSI. Ecco un po' di coreografia:

 A ridosso del Teatro facevano pittorico addobbo ventidue rosse bandiere, mentre la Banda Cittadina e la fanfara di Ponte nelle Alpi si alternavano nel far risuonare le fatidiche note dell'Inno dei lavoratori.[...] La consonanza tra gli oratori e la massa, che attorno ad essi si accalcava, fu sempre perfetta e gli applausi di questa interruppero, sottolinearono, coronarono il dire dei compagni. A comizio ultimato la folla si ordinava in corteo che, preceduto da un centinaio di ciclisti rossi, al canto degli inni socialisti, passando attraverso la città in cui ogni altro soffio di vitalità pareva si fosse completamente arrestato, si portava a Castion.

 Viel, instancabile, assieme a Giovanni Prest (gerente del settimanale socialista), quel pomeriggio partecipò anche alla manifestazione che si svolse nel Longaronese. Un "imponente corteo" mosse da Castellavazzo fino a Longarone, dove, al Teatro Sociale, Viel e Prest parlarono "lumeggiando la situazione attuale e traendone presagi per una migliore convivenza umana" 20 . 

La strategia operaia soffriva di un difetto comune ad altre province: invece di ricercare alleati, sembra ci si appagasse delle folle già mobilitate. L'alleanza poteva essere annodata, se non altro, con i contadini (mezzadri, coloni, piccoli proprietari), che avevano anche loro sacrosante rivendicazioni da far valere per un riassetto equilibrato del primo dopoguerra. I contadini, che, in maggioranza, erano controllati dal Partito popolare (PPI), visti quasi come “nemici” e non mancarono atti di settarismo e di ostilità nei loro confronti.

Una manifestazione indetta a Belluno il 30 maggio dal sindacalismo cattolico, sempre sul lato ovest del Teatro sociale, dovette resistere ad un forte contrasto dei socialisti, che fischiarono i presenti e li premettero in un angolo. La forza pubblica s’interpose, evitando il peggio. Piazza Campitello fu "riconquistata" quel giorno stesso dalla sinistra che improvvisò un contro-comizio:

 Abbandonata la piazza dai pipistrelli, gli operai si radunarono sullo stesso posto ed il compagno Viel disse loro poche parole, sostenendo che i preti collaborazionisti di classe non avevano diritto di chiamarsi rappresentanti del proletariato e dovevano invece rientrare nelle loro chiese, senza cercare di portar via in piazza della gente che non li vuole seguire, perché ormai riconosce esser essi i traditori del lavoratore 21 .

 La disoccupazione e la protesta popolare sempre più ampia s’incanalarono verso lo sciopero generale del 23-27 giugno 1920. Fu uno sciopero memorabile, che ebbe anche delle conseguenze tragiche dovute agli scontri tra lavoratori e forza pubblica a S. Giustina. Su questo sciopero è già stato scritto qualche saggio al quale rinvio 22  . Accennerò solo al ruolo svolto da Viel.

Il 20 giugno si svolse un incontro a Belluno della Federazione delle cooperative, in accordo con la Camera del lavoro. Sei, settemila persone si radunarono di nuovo al Foro Boario. Per la Federazione delle cooperative parlò il suo maggiore esponente, Arturo Furlan, e per il PSI l'on. Oberdan Vigna. Fortunato Viel, ormai ben conosciuto ed apprezzato dai lavoratori, propose, sempre a nome della Camera del lavoro, lo sciopero generale e "la folla che aveva sottolineato con applausi i punti salienti del discorso di Viel”, proruppe “in una ovazione” che dimostrava subito “tutto il suo consentimento alla proposta”. Per alcuni contenuti del suo discorso, Viel fu denunciato alla autorità giudiziaria (non si trovano però tracce di condanne successive) 23 .

Durante lo sciopero ci furono molti incontri pubblici per spiegare le ragioni dell'agitazione; i discorsi infiammati si susseguirono in varie località della provincia.

Viel parlò di nuovo a Belluno il 26 giugno; fu poi a Tisoi (Belluno), Ponte nelle Alpi, Caprile, Forno di Canale, mentre per Feltre si mobilitarono gli esponenti di maggiore spicco di quella zona. Giusto Santin fu invece a S. Stefano di Cadore, Auronzo, Perarolo, Longarone 24 .

Lo sciopero fu sospeso in base a promesse governative; ma poi ci si accorse che erano aleatorie e, comunque, inadeguate. Il ricorso ai ministeri per strappare qualche magro per opere pubbliche non sarebbe servito a cambiare la situazione economica della provincia e neppure a risolvere il problema della disoccupazione. Si piansero invece i quattro caduti a S. Giustina e si lamentarono gli arresti di dimostranti. Per le loro famiglie si apersero generose sottoscrizioni di denaro.

Nell'estate del 1920, "L'Avvenire" annunciò con sempre maggiore insistenza la conclusione della fase di avvio della Camera del lavoro; fu quindi stabilita la data del primo Congresso provinciale: Belluno, il 22 agosto 1920. Esso fondò ufficialmente la Camera provinciale del lavoro, aderente alla Confederazione generale (CGIL). Fin dall’inizio, ebbe connotati più politici che rivendicativi delle varie categorie, proprio perché nacque in un periodo di forte combattività operaia e nel culmine di espansione del PSI. Erano passati quasi otto mesi da quando se ne era cominciato a scrivere nel giornale. La realizzazione del progetto camerale non fu quindi semplice, e dovette maturare attraverso lotte operaie dure e non sempre coordinate fra loro. Alla fine, la volontà e il peso politico di Viel ebbero il sopravvento.

Al Congresso costitutivo, tenutosi nella Sala Varietà (ora Cinema Italia), i delegati, secondo “L’Avvenire”, rappresentavano ventimila lavoratori: le Leghe edili di numerosi centri della provincia, quelle dei metallurgici di Belluno e Feltre, dei falegnami e dei conciapelle, degli infermieri e dei tipografi, dei salariati comunali, e delle Cooperative di lavoro.

Viel svolse la relazione morale e finanziaria. Egli, prima di tutto, ebbe un pensiero reverente per le vittime dello sciopero generale per a coloro che, a seguito di quell'agitazione, si trovavano ancora in carcere. A questo proposito, Viel  propose un ordine del giorno che fu subito approvato dall’assemblea. In esso si sollecitava la magistratura di accertare i fatti con speditezza per procedere poi al loro rilascio. Il documento, che prometteva ulteriori agitazioni se la “reazione borghese militarista” si fosse accanita su di loro, fu approvato all’unanimità.

Viel proseguì elencando i miglioramenti ottenuti dalle varie categorie di lavoratori (edili, metallurgici, falegnami, panettieri) e fece inoltre riferimento alle questioni assicurative, al rapporto tra cooperative e Leghe di mestiere per evitare il loro slittamento su posizioni "borghesi", al problema contadino, che doveva essere affrontato meglio dal PSI per non lasciare questi lavoratori sotto il controllo dei popolari.

Assente l’on. Oberdan Vigna, cui era stata affidata la relazione sul movimento cooperativistico, fu ancora Viel a prendere la parola, seguito poi dal responsabile del settore, Arturo Antonio Furlan. Riprendo qui alcuni brani della cronaca dell’“Avvenire”:

 [Viel] dice che bisogna orientare il movimento cooperativistico in maniera che non vi debba mai essere antagonismo tra resistenza [sindacato] e cooperazione, ma che anzi si abbia una fusione perfetta di queste due funzioni demandate ad organi che hanno per unico scopo quello di migliorare le condizioni attuali del lavoratore, preparandogli un miglior avvenire. Rileva che le cooperative col loro enorme sviluppo si sono in qualche posto sostituite addirittura al movimento sindacale. Questo fatto non rappresenta un ostacolo per la realizzazione del socialismo, finché la cooperativa si mantiene sul terreno della lotta di classe. Non ostante la eliminazione dello speculatore privato, l’ostacolo sorgerebbe quando nelle cooperative avessero il predominio concetti ed indirizzi prettamente borghesi. Per evitare un pericolo simile è necessario che la fusione tra cooperative ed associazioni di resistenza si faccia attraverso le persone dei soci; occorre che tutti i soci delle cooperative nostre siano iscritti alla loro lega di mestiere e, quindi, alla Camera del lavoro. Contro quelle cooperative che in tal guisa non aderissero alla propria lega di mestiere, la Camera del lavoro dovrebbe escogitare congrui provvedimenti, non potendo riconoscere in esso degli organismi sicuramente fidati e disposti a perseguire, oltre ai piccoli vantaggi del momento, le maggiori rivendicazioni dei proletariato.

 Come si vede, anche l’autonomia delle singole cooperative doveva accordarsi con il disegno più generale allora in atto, e cioè la conquista del potere da parte dei lavoratori, che si sarebbero sostituiti alla borghesia. Gli faceva eco Arturo Furlan:

 La Federazione delle cooperative si è mossa sul terreno tracciato dalla Confederazione generale dei lavoro. Tutte le cooperative hanno fatto il loro dovere durante lo sciopero generale e lo sapranno fare verso la Camera del lavoro.

 Numerosi furono gli interventi a questo Congresso, compresi quelli degli onorevoli Basso e Santin. Tra i tanti nodi da sciogliere, in testa c’era sempre quello dell’occupazione, che faceva paura di fronte ad un’inflazione galoppante. Nell’Agordino lo stato di eccitazione era tale che “le masse” rischiavano di agire da sole, senza guida. Gli uffici statali mostravano di non “avere piena coscienza dello stato d’animo delle folle” (Basso). Al termine del dibattito, fu approvato il seguente ordine del giorno:

 Se il governo vuole che entro brevissimo tempo non sia ripreso lo sciopero ad oltranza, sciopero che fu soltanto sospeso in seguito a promesse solo in parte mantenute, deve: provvedere efficacemente e radicalmente a fornire lavoro a tutti i disoccupati ed in specie; togliere di mezzo tutti gli ostacoli all'inizio della costruzione della ferrovia Agordo-Bribano; riparare senza alcuna formalità le case distrutte o danneggiate; far compilare o approvare d'urgenza i progetti dei lavori pubblici a riparazione danni di guerra nelle zone di massima disoccupazione; intensificare i lavori sulla ferrovia Vittorio-Ponte nelle Alpi; affidare tutti i lavori alle cooperative e sollecitamente pagare quelli eseguiti 25  .

 La cronaca del settimanale socialista non riporta l’esito delle votazioni per il nuovo direttivo della Camera del lavoro. Viel conservò la carica di segretario per qualche mese ancora.

Il 29 agosto, Viel fu presente anche alla riunione della Federazione socialista di Belluno. La cronaca dell'"Avvenire" così sintetizza un suo discorso :

 Viel, prima che il congresso inizi i suoi lavori, ricorda le dure prove cui sono sottoposti i compagni russi; rileva in modo speciale il fatto sintomatico che ottantamila soldati bolscevichi sconfinati in Germania si danno a propagandare per l'idea comunista, sfatando quindi tutte le leggende create dalla interessata borghesia su regimi di terrore e di coercizione cui essi sono incapaci di sottrarsi 26 .

 Il 10 settembre 1920, Viel, assieme agli onorevoli Basso, Santin e Vigna, fu oratore al comizio indetto pro "Vittime politiche e Russia Comunista". La manifestazione prettamente politica e a carattere nazionale, vide la presenza, secondo "L'Avvenire", di tremila persone 27 . La rivoluzione russa, in quel momento, dava speranza di sbocchi politici favorevoli alle classi più umili anche in occidente. L’argomenti fu, peraltro, motivo di scontro ideologico fra le correnti del PSI, che contribuì a portare ad ulteriori drammatiche rotture.

L’attivismo Viel attirò un’attenzione maggiore da parte delle forze dell’ordine. Stando alle carte del fascicolo personale del Casellario, sembra che in questo periodo la polizia avesse intensificato la vigilanza. Trascrivo qui alcune notizie tratte dal fascicolo, con le date di riferimento:

 28 aprile 1920. Dopo ripetuti comizi privati, nell'ultimo di ieri sera indusse gli operai edili ed affini confederati, a scioperare, come atto di pressione ai datori di lavoro (Governo, Provincia, Municipio) poiché concedessero aumento di salario sui lavori iniziati e per contratti già registrati. 29 aprile 1920. Stamane ha tenuto pubblico comizio nel piazzale esterno della stazione ferroviaria [di Belluno] per spiegare le ragioni dello sciopero nel quale bisogna persistere fino ad ottenimento scopo. Raccomandava la calma e la serietà, senza violenze.

 Ancora:

 

11 giugno 1920. Nella Sala della Società Operaia di Feltre, alla presenza di circa cento intervenuti in massima parte falegnami e metallurgici, tenne una conferenza privata sulla necessità per tutte le categorie di lavoratori di unirsi in leghe di resistenza. Nessun incidente.

 Si tratta del periodo durante il quale si stava costituendo la Camera del Lavoro e quindi Viel spingeva verso la costituzione di Leghe unitarie e verso una maggiore mobilitazione generale, compresa quella delle donne:

 "14 luglio 1920. Tenne una conferenza in Agordo a più di 200 persone, sul tema: Necessità dell'organizzazione in questi momenti in cui lo Stato borghese sta precipitando nel baratro della dissoluzione, incitando le donne a costituire circoli femminili per creare organizzazioni che le porteranno alla emancipazione. Nessun incidente".

 Incalzava comunque un'altra scadenza: le elezioni amministrative. Per caratterizzarsi dagli altri partiti, "L'Avvenire" pubblicò un brano della circolare della direzione nazionale del PSI, che così  interpretava il voto amministrativo:

 Non si va al Comune soltanto per amministrare meglio dei borghesi, per dare prova di giustizia e di correttezza amministrativa, per fare il bene della cittadinanza e simili promesse democratiche piccolo borghesi. I socialisti al Comune debbono provvedere esclusivamente all'interesse di classe del proletariato, antagonistico a quello della borghesia. Debbono agire risolutamente di fronte ai problemi più sentiti e più assillanti della vita locale: alimentazione, abitazioni, condizioni di lavoro, rapporti fra proprietari e lavoratori, cooperazione, ecc. 28 .

 Tra settembre e ottobre si svolsero varie tornate elettorali e le liste del PSI raccolsero quasi ovunque i consensi maggiori. Anche il comune di Belluno divenne socialista, con a capo il sindaco Vincenzo Lante. L’amministrazione provinciale fu conquistata con la maggioranza assoluta dei voti (15.781 al PSI, 8.813 al PPI, 6.484 ai democratico-liberali). Tra gli eletti nell'Amministrazione provinciale c'era Fortunato Viel, che ebbe un successo personale per quanto riguarda i voti. Egli fu nominato vicepresidente del Consiglio provinciale (presidente fu l'on. Luigi Basso) ed entrò nella Deputazione con il referato sulle questioni del lavoro, dell'emigrazione e dell'assistenza; il presidente della Deputazione provinciale fu Carlo Pagani, medico chirurgo 29 .

La domenica successiva, 24 ottobre, ci fu una grande festa socialista a Belluno, con l'ormai collaudato raduno davanti alla stazione ferroviaria, dove parlò anche Viel; poi si snodò il corteo per via Loreto, il Campitello, via Mezzaterra, fino alla piazza del Duomo, davanti al municipio, dal cui poggiolo parlò l'on. Vigna. Nelle vicine carceri (allora poste a fianco del municipio) alcuni reclusi dello sciopero generale del giugno precedente fecero sentire la loro voce, mentre i manifestanti, dall’esterno, alzavano i vessilli al canto di "Bandiera rossa". Subito dopo ci fu un convegno dei consiglieri comunali eletti, presieduto sempre dall'on. Vigna, che curava il settore amministrativo per conto della Federazione socialista 30 .

Queste erano iniezioni positive di rinnovato impegno e di speranza per le organizzazioni della sinistra, oltre che di entusiasmo e di commozione collettivi. Ma il PSI era ormai corroso all'interno. Cominciava a profilarsi già la sua fase discendente. Gli avversari politici, attraverso anche il braccio violento dello squadrismo nero, fecero il resto.

In vista del Congresso nazionale del partito, nelle pagine dell'"Avvenire" si aprì il dibattito sulle correnti interne. Uno dei primi ad intervenire fu Fortunato Viel con l'articolo: Scissione?. Ne citiamo solo qualche punto. L'articolo si apre esprimendo una forte opposizione ad assumere acriticamente i famosi 21 punti dell'Internazionale comunista 31 .

 Leggendo i 21 punti votati dal congresso comunista di Mosca, provai un senso di legittima ribellione, perché essi tendono ad imporre a noi un concetto di dittatura rivoluzionaria, che può essere logico per le caratteristiche del popolo russo, ma che suona dispregio alle abitudini, alla psicologia, al grado di maturazione politica e di coscienza conseguiti dal popolo italiano [...]. Innanzitutto parmi che nella polemica che si svolge tra compagni di diverse tendenze, in occasione del congresso, molte volte si scriva per valorizzare una tendenza filosofico-comunista o riformista anziché per portare delle deduzioni che siano il risultato della profonda conoscenza delle reali condizioni della nazione e dei conseguenti bisogni delle classi lavoratrici.

 Viel si faceva dunque paladino dell’agire concreto al di là delle teorie sulla rivoluzione, ancora una volta preoccupato per l'unità del partito, un bene prezioso che non poteva essere compromesso:

 Bisogna sinceramente convenire che molto lavoro possiamo ancora fare senza spezzare l'involucro ove si svolge la nostra comune attività di preparazione rivoluzionaria. Con questo non voglio dimostrare la mia approvazione ai metodi di lotta riformista. Essendo stato sempre per l'unità di tutte le forze socialistiche, in questo momento in cui il proletariato sta per raccogliere i primi frutti della sua opera instancabile, non vorrei che si assottigliassero le file di quegli elementi dirigenti che, pur non essendo i primi fattori della rivoluzione, preparano il terreno non solo con lo sviluppo morale ed intellettuale delle masse, ma anche sostanziando tra esse il concetto rivoluzionario 32 .

 La sua “intransigenza” era indirizzata invece verso coloro che, a qualsiasi corrente appartenessero, non davano sufficiente affidabilità, o perché contagiati da sentimenti anarcoidi e incapaci di stare in un'organizzazione politica variegata al suo interno o perché tesi solo a “fare carriera”.

Si ritornerà dopo, e solo in modo telegrafico, sulla discussione fra le varie correnti del PSI e in particolare sui massimalisti 33 . Il discorso ci porterebbe troppo lontano e, del resto, la figura di Viel non si presta ad analisi teoriche di particolare rilievo. Egli è soprattutto un uomo d’azione e d’apparato, che sa tenere le redini organizzative in un periodo tumultuoso. Ritorno quindi alla cronaca.

Il 7 novembre a Belluno si riuniva la Federazione provinciale socialista e si lamentò l'assenza ingiustificata dei rappresentanti di 12 sezioni della provincia. Presenti erano solo una ventina per un totale di 1.152 iscritti. Si affidò la direzione ad un nucleo operativo costituito da sette persone residenti a Belluno, tra le quali Viel. Altri otto sarebbero stati scelti dalle sezioni dei singoli mandamenti della provincia. Viel intervenne più volte nel dibattito, ed in particolare sulle mansioni che spettavano, secondo lui, al Comitato federale, tra cui c'erano "il dovere ed il diritto di criticare quegli organismi e quei compagni" che coprivano cariche pubbliche, e che non obbedivano, nello svolgimento delle loro attività, "ai criteri della lotta di classe" 34 . In questa riunione Viel è citato fra coloro che rappresentavano ancora la Camera del lavoro, quindi è probabile che Luigi Granata, giunto da Ferrara, non lo avesse ancora sostituito nella carica di segretario. Pochi giorni dopo, tuttavia, il nome di Granata appare nelle cronache dell'"Avvenire" come responsabile della Camera del lavoro. Si tratta della riunione del Comitato federale socialista del 5 dicembre. Viel diede le consegne a Granata, ma conservò la carica di segretario del Sindacato edile. E' probabile che fossero avvicendamenti decisi dai vertici, in cerchie ristrette, poiché neppure nel giornale socialista si trovano deliberazioni o nomine discusse dalla base. 

Nel Comitato federale del 5 dicembre trovò spazio l'esposizione delle varie tendenze: per la frazione di concentrazione (riformisti) parlò l'on. Basso, per la comunista  unitaria (massimalisti), Viel 35 , per quella comunista separatista Giuseppe Collesei (Lamon). "L'Avvenire" riporta un'ampia discussione, che lo stesso giornale definisce "lunga, accalorata, aspra talvolta e critica, ma sempre sincera e piena di fede"; la preoccupazione di tutti gli intervenuti era quella di dare al movimento l'indirizzo che potesse "meglio servire a preparare gli elementi” utili a superare la crisi ed arrivare così finalmente alla "rivoluzione vittoriosa".

Basterà qui un cenno al discorso di Fortunato Viel, che aveva modificato in parte la sua posizione verso l'Internazionale comunista:

 Noi .accettiamo le condizioni che ci vengono dettate da Mosca, ma crediamo indispensabile, appunto per la necessità rivoluzionaria, che sia mantenuta l'unità delle nostre forze. Solo mantenendo intatti i nostri organismi politici e sindacali noi potremo approfittare degli elementi che la situazione pone a nostra disposizione e volgerli a soluzioni socialiste. Mentre la borghesia scatena la reazione, aumenta i quadri delle guardie regie, richiama ufficiali nell'esercito allo scopo di porre un freno alle nostre forze ascensionali, sarebbe un vero delitto contro il proletariato voler minare l'esistenza delle sue organizzazioni 36 .

 Il 19 dicembre 1920, Viel convocò gli esponenti delle Leghe edili e delle cooperative di lavoro per discutere di un altro problema spinoso: occorreva  politicizzare di più le cooperative, che alcuni ritenevano fossero rimaste ormai indietro rispetto alla combattività raggiunta dal partito.

Anche in questo caso si rischiava di forzare la situazione locale e di indebolire le strutture cooperative per tenere soprattutto conto delle direttive che venivano dal centro. Il responsabile della Federazione delle cooperative bellunesi espresse, secondo “L’Avvenire”, la seguente considerazione:

 "Dopo aver fatto una profonda analisi delle condizioni ambientali e psicologiche delle nostre masse, [Furlan] dice che noi non dobbiamo preoccuparci solo delle relazioni nazionali e internazionali dei lavoratori, ma anche delle necessità locali" 37 .

 Negli anni seguenti tutte le difficoltà e le contraddizioni si andarono accentuando.

 2. Il biennio 1921-22

 Il nuovo anno si aprì per Viel con un comizio pubblico tenuto a Sedico il 2 gennaio. Si voleva che fossero emanati rapidamente i decreti relativi alla costruzione della ferrovia progettata dalla Montecatini (miniere di Valle Imperina) tra Bribano ed Agordo. Egli, con Furlan, faceva parte dell'apposito Comitato di agitazione volto a reclamare occasioni di lavoro in questa parte della provincia di Belluno 38 . E, sempre per affrontare le questioni relative al lavoro, Viel partecipò al comizio indetto a Belluno per gli operai disoccupati l'11 gennaio, per alcuni dei quali si stava profilando l'interruzione del sussidio di disoccupazione, stabilita da provvedimenti governativi. Comune e Provincia presero pubblica posizione a favore dei disoccupati 39 .

Era frattanto alle porte il Congresso nazionale di Livorno, che avrebbe sancito la separazione dal PSI della frazione comunista. A Livorno i bellunesi furono così rappresentati: 886 unitari e 274 comunisti 40 .

Fu sempre Viel a gestire questa fase delicata del PSI in provincia di Belluno. Dopo Livorno, egli firmò la convocazione a Belluno, il 13 febbraio, di tutte le sezioni che avevano in maggioranza aderito alla corrente dei "comunisti unitari"; sollecitò i compagni che erano rimasti in minoranza di costituirne di nuove. Nella lettera di convocazione c'era questo appello rivolto ai separatisti:

 Credete voi di aver servito la causa della rivoluzione disgregando le nostre forze? O non pensate piuttosto che in questa maniera essa si allontana sempre più a tutto vantaggio delle classi dominanti? In provincia abbiamo molto lavoro da compiere e potremo compierlo lodevolmente senza isterilire la vostra opera in polemiche dottrinarie e deleterie al nostro movimento e non comprese dalle masse, che attendono dai fatti il miglioramento delle loro condizioni economiche. Noi speriamo che venga compresa questa elementare verità, e vorrete così ritornare sulle vostre decisioni per non staccarvi dal PSI 41 .

 Il richiamo non poteva che restare inascoltato; ormai c’era troppa distanza – e diffidenza, se non rancore - fra le varie correnti, chiuse in una logica priva di duttilità e lungimiranza, per riuscire a tornare indietro. Anche a Belluno, il 6 febbraio, prima ancora che si riunissero le sezioni rimaste nel PSI, si costituì la Federazione del Partito comunista d’Italia (PCdI), con il segretario Giusto Della Lucia, che diede vita ad un suo foglio periodico 42 .

Il 13 febbraio, come stabilito, si riunì la Federazione provinciale socialista, rimasta monca di una parte degli iscritti. Il trauma è rilevabile nel dibattito, che fu introdotto da una relazione di Viel sul Congresso di Livorno, dove egli era stato a portare i voti della sua corrente. Restavano nel PSI gli esponenti riformisti, che poi furono protagonisti di un'ulteriore rottura.

Alla seduta della Federazione parteciparono i parlamentari Basso, Vigna, Santin, il presidente della Deputazione provinciale Carlo Pagani, il sindaco di Belluno Vincenzo Lante, Giovanni Serragiotto della sezione socialista di Belluno, Arturo Furlan della Federazione delle cooperative, e altri ancora. Granata della Camera del lavoro non c'era perché aveva aderito al PCdI. Nel corso della riunione si discusse anche sulla linea da condurre  contro il nuovo schieramento nato alla sinistra del PSI. Di fronte a tentativi di fratture portati all'interno delle sedi sindacali e cooperativistiche come ci si doveva comportare? La decisione fu  di "opporsi in ogni maniera alle manifestazioni secessioniste" ogni qual volta fossero tese "a scindere la integrità" delle forze politiche e sindacali 43 . Erano formule che cercavano di arginare il peggio.

In questo periodo l'attività di Viel, riconosciuto a pieno titolo segretario del PSI, divenne ancora più frenetica. Il 16 febbraio fu a Soccher, dove, in un comizio con un migliaio di lavoratori, fece il punto sull'occupazione ed i salari 44 . Il 27 febbraio, a Cadola, partecipò all'assemblea delle sezioni edili di Ponte nelle Alpi e Col de Pera, con l'intento di unire le due Leghe; la fusione  venne approvata all'unanimità 45 . Il 28 dello stesso mese, come segretario del Sindacato edile, si trovò con gli operai di Castellavazzo e Sois per trattare delle questioni relative al settore delle fornaci di calce e cemento 46 . Il 20 marzo 1921, a Belluno, Viel fu presente all'assemblea della Cooperativa di lavoro (oltre 4.000 soci) e fu compreso nel nuovo consiglio di amministrazione con Luigi Cavallini, Angelo Bogo, Pietro Da Ros, Pietro Arnoldo, Mamante Capraro e Celestino Fontanella; fu confermato direttore Domenico Bristot 47 . Il 24 marzo, Viel fu eletto a rappresentare le istanze della cooperazione bellunese in una commissione che avrebbe partecipato ad un convegno regionale sulla materia 48 .

Un raffronto ravvicinato con i compagni separati ci fu al congresso della Camera del lavoro tenutosi a Belluno il 17 aprile 1921. Viel intervenne chiedendo chiarezza: la Camera del lavoro doveva decidersi da che parte stare, se con i comunisti o con il PSI. Egli si mise quindi in contrasto con il comunista Luigi Granata, ancora segretario camerale, e con il maggiore esponente del PCdI, Giusto Della Lucia, allora impiegato presso la locale Federazione delle cooperative. Per quest’ultimo compagno la qualità degli iscritti contava ben più della quantità; Viel rispondeva che non si doveva confondere il sindacato di mestiere con il partito politico. "L'Avvenire" riporta anche queste dure frasi a lui attribuite:

 Accenna all'opera svolta dalla Federazione delle cooperative attraverso il corso dei cooperatori tenuto a Belluno nei mesi di gennaio e febbraio, e dice che questa istituzione, che non vanta tra i suoi dirigenti nessun comunista puro, ha fatto un'opera rivoluzionaria di mille miglia superiore alla verbosità rivoluzionaria dei comunisti.

 Viel presentò poi un ordine del giorno che marcava l'alleanza della Camera del lavoro con il PSI. Il documento raccolse 4.725 voti, mentre quello presentato dal comunista Granata 1.037. Fu poi nominata la commissione esecutiva composta da 7 socialisti e 2 comunisti 49 .

Lo stesso numero del giornale socialista, nell'articolo intitolato La legge è uguale per tutti i gonzi, dava la notizia che Luigi Granata era stato minacciato e percosso da una squadra di fascisti, che gli avevano intimato "lo sfratto" da Belluno. La stessa cosa gli fu consigliata dalla forza pubblica per evitare il peggio, cosicché Granata dovette allontanarsi dalla città. "L'Avvenire" denunciava il fatto che non si erano svolte  delle indagini da parte delle forze dell'ordine per salvaguardare i diritti di Granata, mentre invece si stavano ancora imbastendo i processi contro gli scioperanti del giugno del 1920. Si scriveva, inoltre, che il maestro cadorino Odorico Pinazza, altro massimalista, era stato minacciato dagli squadristi, e che lo stesso Viel aveva ricevuto scritti anonimi intimidatori.

 Il 25 aprile la commissione esecutiva della Camera del lavoro, preso atto della partenza di Granata, incaricò Fortunato Viel di riorganizzare l'ufficio di segreteria  e di sollecitare la nomina dei rappresentanti delle organizzazioni aderenti al Consiglio generale delle Leghe, per poter riconvocare la Camera del lavoro con la pienezza dei suoi poteri 50 .

Un segnale molto negativo venne dalla celebrazione del 1° maggio 1921 tenutosi ad Agordo. La gente che partecipava al comizio in piazza fu aggredita da fascisti armati, giunti con un camion da Padova. Di fronte alle armi e alle mazze ferrate, scrive "L'Avvenire", si opposero solo "gli ombrelli" e quindi la manifestazione finì con la sconfitta dei socialisti 51 .

Nonostante tutte queste difficoltà, il PSI di Belluno, alle elezioni del 15 maggio 1921, risultò ancora il primo partito: PSI 15.048 voti, PPI 13.890, blocco d'ordine 9.922. Aveva comunque perso la maggioranza assoluta, il PPI era considerevolmente cresciuto e si affacciava alla ribalta quel blocco d'ordine che sarà il protagonista della successiva stagione politica. Al posto di tre deputati, il PSI riuscì ad eleggerne solo uno, l'on. Basso 52 .

L'esito elettorale fu festeggiato come uno scampato pericolo e Viel fu tra quei compagni incaricati di parlare ai lavoratori radunati a Belluno il 22 maggio 53 .

L'estate non portò novità di rilievo sul fronte della disoccupazione; il "calvario" - così lo definiva il giornale socialista - continuava ad intaccare la resistenza anche dei militanti politici.

Il canale di derivazione d'acqua a scopo idroelettrico da Soverzene al lago di S. Croce stava per essere completato, e ciò metteva a rischio 1.500 posti di lavoro. Partirono anche le prime lettere di licenziamento.

Alla crisi occupazionale risposero i lavoratori  dell'Alpago e di Ponte nelle Alpi con una forte mobilitazione. Il 10 e 13 giugno 1921 si tennero due "comizi di disoccupati", cui parteciparono, secondo "L'Avvenire", circa un migliaio di persone. Si costituì poi una commissione (di cui faceva parte Fortunato Viel), che trattò con il prefetto Caveri e i rappresentanti degli imprenditori, al fine di attenuare la crisi. Tra le iniziative immediate, si proponeva di intervenire su "quegli elementi che, trascurando la lavorazione della terra, occupa(va)no illecitamente il posto di operai effettivamente bisognosi". Tale scelta avrebbe inevitabilmente portato a delle fratture tra gli stessi lavoratori. Il giornale socialista commentava:

 Noi sappiamo però che con questo non si avrà menomamente rimediato alla disoccupazione, ma si arriverà così ad un'equa distribuzione del lavoro tra gli operai più bisognosi. E' da notare che gli imprenditori si sono impegnati di fare dei turni in caso di diminuzione del lavoro. Occorre che da Roma si decidano di stanziare i fondi necessari per la intensificazione dei lavori, altrimenti, colla prossima diminuzione dei lavori del Cellina, la disoccupazione si farà sentire sempre più esasperante 54 .

 Tra settembre e ottobre dello stesso anno, per motivi salariali, fu proclamato un altro sciopero. Il cav. Fortunato Giorgi, responsabile dei lavori per la costruzione della ferrovia Vittorio-Ponte, aveva comunicato la diminuzione delle paghe del 25% a partire dal primo settembre 1921.

Dopo trattative infruttuose, la sera del 6 settembre i lavoratori si riunirono e fu proclamato uno sciopero con lo scopo di riottenere le precedenti tariffe orarie. Queste sono alcune considerazioni che "L'Avvenire" pubblicò:

 Mentre i dirigenti la ferrovia, sia pure per ordini ricevuti dall'alto, pretendono di diminuire le paghe degli operai, il pane, il formaggio ed altri generi alimentari aumentano continuamente di prezzo. Considerato poi che la paga media dell'operaio era appena sufficiente per far fronte ai più impellenti bisogni della vita, colla diminuzione che si intende introdurre, è un nuovo aggravio che viene a peggiorare le già misere condizioni d'esistenza dell'operaio.

 L'accordo salariale era stato contrattato il 18 febbraio dello stesso anno dai rappresentanti delle ditte appaltatrici (inclusa l’impresa del Cellina), nonché dal prefetto di Belluno, oltre che dai socialisti on. Vigna e Viel, e da una commissione di nove operai scelti nel corso di un comizio tenutosi a Cadola. Da qui la denuncia del giornale socialista:

 Non si riconoscono organizzazioni, non si dà nessun preavviso agli interessati, ma solamente consci della propria potenzialità, approfittando del numero spaventoso dei senza lavoro, si cerca di imporre la propria volontà ad una massa di produttori che ha il sacrosanto diritto di vivere.

 Dopo un mese di lotta si profilò una schiarita. Il primo ottobre sembrava che fosse raggiunto un accordo su un esiguo ribasso della paga, ma la controparte non riconobbe quanto era stato nuovamente pattuito in prefettura di Belluno, cosicché lo sciopero riprese, estendendosi fino a Vittorio, tanto nei lavori del Cellina, quanto in quelli della ferrovia. Furono tenuti dei comizi a Fadalto per la zona trevigiana, dove parlarono i segretari delle Camere del lavoro di Treviso e di Vittorio, mentre a Fiorane si riunirono gli operai del Bellunese con l’on. Giusto Santin. La compattezza dello sciopero risolse la vertenza, così che "L'Avvenire"  poteva dare la notizia della sua conclusione, con un ritocco in aumento delle paghe orarie, anche se ciò era costato ben 35 giorni di lotta:

 Lo sciopero di Ponte nelle Alpi è un esempio e un monito per tutti gli operai della Provincia. Essi devono capire che solo l'organizzazione ha la virtù di difenderli contro gli attacchi sempre più intensificati dei padroni; essi devono capire che solo l'organizzazione può condurli alla vittoria 55 .

 Un'occasione di dibattito sui temi della disoccupazione fu il congresso provinciale socialista del 4 settembre 1921. Dall'"Avvenire" non risulta che fosse già eletto un segretario politico della Federazione, forse per il mancato chiarimento interno, essendo ancora aperto l'acceso confronto tra le frazioni. Viel è indicato come segretario amministrativo, e in questa veste tenne una delle relazioni introduttive, oltre a quella sul movimento giovanile socialista. Arturo Furlan parlò invece della situazione dell'"Avvenire", che era fonte di preoccupazioni finanziarie. Infine, fu affrontata la parte più politica, dedicata alle posizioni delle correnti interne: quella concentrazionista (Basso), quella massimalista unitaria (Viel) e quella di azione unitaria (Furlan). L'on. Basso, molto lucidamente, segnalava che le illusioni rivoluzionarie del 1919 erano cadute; bisognava dunque adattarsi alla collaborazione con il governo borghese per tutelare così le conquiste già ottenute dai lavoratori. Viel invece rimarcò l'accanimento della borghesia contro le rivendicazioni operaie: meglio era quindi attenersi ai deliberati del Congresso di Livorno e continuare ad essere intransigenti verso ogni tentativo "collaborazionista". Infine Furlan espose il programma dei centristi cui interessava soprattutto l'unità del partito, respingendo l'ipotesi di ulteriori scissioni e temendo in particolare il distacco  della base operaia dai suoi dirigenti. I tre che avevano esposto le posizioni delle correnti furono anche nominati a partecipare al Congresso nazionale del PSI (ogni corrente avrebbe pagato le spese per il proprio rappresentante) 56 .

Al Congresso nazionale tenutosi a Milano il 10 ottobre i massimalisti raccolsero oltre la metà dei voti 57 . Il distacco dei riformisti era solo rinviato.

"L'Avvenire" è parco di notizie sulle nomine delle varie organizzazioni sindacali e politiche. Bisogna andare alla cronaca relativa al Congresso provinciale socialista del 18 dicembre 1921 per sapere che Fortunato Viel aveva assunto la carica di segretario del partito e in questa veste espose la relazione morale e finanziaria. Uno dei punti salienti era quello di colmare i vuoti lasciati dalla scissione comunista. Parlò inoltre dei circoli giovanili e della necessità di tenere  "frequenti conferenze popolari" per spiegare il socialismo, poiché le masse mancavano di "cultura politica" 58 .

L'avvio del 1922 fu contraddistinto da un inequivocabile segno della nuova temperie politica.  Polpet di Ponte nelle Alpi,  dove si era costituito un Circolo giovanile socialista, nel mese di gennaio fu teatro di una provocazione di fascisti o presunti tali. Stando alla cronaca dell'"Avvenire", un componente del Circolo venne picchiato e minacciato da individui mascherati. Ormai era subentrata la sfiducia nelle forze dell'ordine, tanto che i socialisti si rifiutarono di chiamarle, poiché sarebbero stati "i primi ad andare in galera dopo averle buscate" 59 .

I socialisti di Ponte nelle Alpi, proprio per la loro consistenza e combattività, furono fronteggiati da gruppi fascisti molto decisi. In quel comune si era formata, già nel 1921, una "squadra" denominatasi "La disperata". Il prefetto di Belluno, il 23 maggio di quell’anno, aveva comunicato al ministero dell'Interno che a Ponte nelle Alpi c'erano ormai 80 iscritti al fascio 60 .

Tornando alla cronaca dell'"Avvenire" dedicata al terzo congresso della Camera del lavoro (29 gennaio 1922), si ha notizia che Fortunato Viel era stato scelto di nuovo quale segretario: in pratica, egli in quel momento fu a capo delle due strutture principali della sinistra bellunese, la Federazione del PSI e la Camera del lavoro. Il che dava il destro ad accuse di carrierismo da parte degli avversari politici 61 .

E, in effetti, va rilevata questa tendenza accentratrice che vedeva l’emergere di gruppi ristretti di dirigenti, quasi fosse una inevitabile conseguenza dello sfascio in corso. Viel continuava a detenere  troppi incarichi. Il che, se conferma le sue doti personali, è indice di un vizio verticistico dell'organizzazione della sinistra, che poteva ostacolare la crescita di nuovi quadri dirigenti e un'assunzione di responsabilità più estesa e  collettiva.

Il dibattito congressuale mise in luce la radicale opposizione dei comunisti al Comitato direttivo, mentre lo stesso Viel denunciava la gravità della situazione ereditata: la Camera del lavoro "era ridotta a non poter funzionare per mancanza soprattutto dei mezzi finanziari". Rivendicò poi i risultati positivi della riorganizzazione da lui operata ed elencò le iniziative sostenute negli ultimi tempi:

L'agitazione dei segantini di Pelos, lo sciopero generale sulla ferrovia Ponte nelle Alpi-Vittorio iniziato da quegli operai per difendere l'integrità del salario, e in ultimo la grave agitazione del personale della ferrovia Calalzo-Dobbiaco, risolta felicemente, mercé anche l'intervento del compagno on. Basso. Per gli affamati della Russia si è potuto fare molto, se si considerano i tempi e la grave crisi della disoccupazione, per lenire la quale la Camera del Lavoro ha seguito tutti i movimenti atti appunto a combattere la tremenda piaga.

Per intervenire meglio sul problema della disoccupazione, Viel propose la riunione di tutte le organizzazioni operaie al fine di elaborare un programma d’azione concreta. Quanto al Feltrino, dove il movimento socialista era allora più debole, e soprattutto controllato dai riformisti dell'on. Basso, Viel promise la sua personale presenza per una quindicina di giorni, sia per la propaganda che per l'assistenza alle Leghe.

La relazione  trovò la netta chiusura dei comunisti. Secondo Della Lucia, la piaga della disoccupazione sarebbe stata sanata solo dopo la conquista del potere. La maggioranza, invece, compreso Giusto Santin, approvò l'operato di Viel 62 .

Nel febbraio del 1922 anche a Belluno si volle dare vita all'Alleanza del Lavoro. Mentre il PSI correva verso una nuova scissione, questa iniziativa nazionale tendeva a riunire le forze dei lavoratori. Le varie centrali sindacali che esistevano allora in Italia avevano deciso in extremis di coalizzare le forze contro l'offensiva "borghese e fascista" 63 .

Fortunato Viel annunciò nell'"Avvenire" l'iniziativa unitaria, anche se da essa rimanevano assenti i comunisti. Ancora una volta Viel esponeva il suo fermo credo nella linea massimalista del PSI:

Ingolfarsi in un'opera collaborazionista, o provocare dei moti insurrezionali quando le forze del proletariato sono ancora disperse, sarebbe da una parte imperdonabile follia di uomini che credono alla potenza innovatrice delle elites dirigenti e dall'altra grossolano demagogismo di elementi irresponsabili. La borghesia sarà costretta a cambiar la sua politica non solo per la pressione che possono esercitare i deputati al parlamento, ma anche e sopratutto per la saldezza dell'unione di tutti gli sfruttati di fronte alle forze avversarie. Intanto noi, mentre si elaborano gli accordi per la nuova alleanza, gridiamo: Evviva l'unità del proletariato! 64 .

Per tutto il mese di febbraio Viel partecipò a varie iniziative politiche e sindacali, portando la sua parola d’incoraggiamento. Rinunciamo a rincorrerlo ovunque. Bisogna invece fare un cenno al convegno contro la disoccupazione, promosso a Belluno il 26 febbraio, con una sessantina di rappresentanze delle Leghe e della cooperazione. Era un punto del programma che la Camera del lavoro aveva prospettato nel suo ultimo congresso. Viel assunse la presidenza della riunione e, nel corso dell'intervento introduttivo, sottolineò ancora una volta l'estrema gravità della disoccupazione in provincia; le cifre erano allarmanti: venti mila disoccupati, cioè poco meno del 10% dell'intera popolazione. Arturo Furlan, per la Federazione delle cooperative, elencò i lavori assunti (tra cui un tratto della ferrovia Orte-Civitavecchia e un tratto della strada Trieste-Monfalcone). Nella riunione fu deciso il superamento della Federazione delle cooperative per costituire un Consorzio proletario delle Cooperative di lavoro di Belluno, al quale potevano essere ammesse solo società efficienti ed una per comune, così da incoraggiare fusioni e specializzazioni  65 . Era un altro tentativo per arginare una crisi che si aggravava anche per l'esodo degli stessi dirigenti della sinistra, nonostante che nell'"Avvenire" continuassero ad apparire i richiami a non emigrare  66.

Il 1° maggio 1922 sarebbe stato l'ultimo celebrato liberamente prima del regime fascista. La festa del lavoro fu punteggiata da vari incontri pubblici e si poté svolgere in modo pacifico. Le minacce dei fascisti impedirono però che la manifestazione si tenesse a Belluno. I socialisti, su pressione delle autorità di PS, dovettero accontentarsi della periferia, e cioè Bolzano Bellunese (dove però le forze dell'ordine si opposero all'arrivo dei compagni di Ponte nelle Alpi) e Castion, dove parlò Fortunato Viel, oltre all'on. Vigna e al comunista Della Lucia 67 .

Il 14 maggio, nella sala "Andrea Costa" di Belluno, fu promosso un altro convegno provinciale socialista. La presidenza della riunione fu assegnata a Giuseppe Deon di Longarone 68 , dopo di che intervenne Viel in qualità di segretario provinciale. La situazione, tutt'altro che rosea, costrinse il segretario a rincuorare i compagni affinché stringessero le fila. Si profilava, tra l'altro, un grosso deficit per il giornale socialista, mentre era in ritardo anche il pagamento delle quote federali da parte delle sezioni. Le sezioni, d'altronde, contavano i vuoti lasciati dagli emigranti e dai disoccupati impossibilitati di pagare le quote associative o di comperare la stampa di partito. Proprio in un articolo dello stesso numero dell'"Avvenire",  intitolato Gli emigrati in Francia, si tornava a sconsigliare la partenza dei compagni. Questo è l'inizio del pezzo:

I 60 operai condotti in Francia dal comunista Capraro continuano a mandare lettere che sono un vero grido di disperazione. Un nostro abbonato ci scrive che appena arrivati sul luogo hanno lavorato un giorno o due a contratto riuscendo a guadagnare 7 franchi al giorno, mentre il vitto costava oltre 9 franchi. Tutti hanno dovuto girare per la terra francese senza denaro a piedi per 8, 10 giorni, in cerca di un pane meno duro. Molti hanno trovato occupazione ma in condizioni disastrose. Parecchi scalpellini lavorano 11 ore al giorno in un lavoro pesante, insopportabile, mentre il puro Capraro è andato a Verdun a fare il capo squadra. Questi operai erano preavvertiti di non fidarsi, di non emigrare in Francia perché sarebbero stati ingannati dal capitalismo francese e dai suoi funzionari poco scrupolosi 69 . 

Il PSI si dissanguava così dei suoi esponenti, costretti anch’essi a partire per lavoro.

Mi pare illuminante, sempre a proposito dell'emigrazione di quadri dirigenti all'estero, questo articolo apparso nell'"Avvenire" del 25 agosto 1922, che riguarda Ponte nelle Alpi:

 Nel nostro comune i lavori vanno sempre più diminuendo. Ove si potrebbe occupare un forte numero di mano d'opera, nella ferrovia, si preferisce mandar l'esecuzione dei lavori al secolo venturo. Così i nostri migliori elementi partono, chi per la Francia, chi per le Americhe in cerca di un pezzo di pane. Oggi è la volta dei compagni Baci Reolon e Angelo De Pizzol, attivo assertore delle nostre idee il primo e consigliere comunale socialista il secondo. Essi sono due delle immense  schiere di partenti per le terre straniere, due dei tanti che furono combattenti, che si sacrificarono nella guerra nella speranza forse che le promesse strombazzate da fannulloni imboscati fossero mantenute. Fra giorni essi saranno a Montevideo e laggiù, nella terra ospitale ove i programmi e le idee si svolgono e si manifestano liberamente, diranno del soffrimento del popolo italiano in questo tragico momento. La parola mesta dei compagni nostri all'estero servirà a mettere in rilievo tutte le nequizie e i barbari trattamenti cui è soggetta la classe operaia in Italia 70 .

 In preparazione del nuovo Congresso nazionale del PSI, il 2 luglio si riunì la sezione socialista di Belluno, dove si confrontarono le varie correnti: Arturo Furlan parlò per i centristi, l'avv. Gino Monti per i "collaborazionisti", Fortunato Viel per i massimalisti unitari, Vincenzo Lante per i massimalisti secessionisti. Fu discusso anche il fenomeno fascista. Più lungimirante, alla luce degli avvenimenti storici successivi, sembra la posizione di Monti:

 Il problema del fascismo inverte tutta la politica socialista inquantoché la reazione scatenata dal fascismo ha fatto sì che le masse lavoratrici spingano i propri dirigenti a fare qualcosa. Il fascismo, questo fenomeno del dopo guerra, è stato creato in parte dal rivoluzionarismo verbale dei capi, i quali poi si sono trovati impotenti ad arginare la violenza reazionaria. Non è vero che la borghesia sia blocco monolitico inattaccabile; infiniti sono gli interessi contrastanti fra i diversi strati della borghesia. Prospettando le speciali situazioni create da questi interessi in conflitto, il Partito Socialista può fare l'interesse del proletariato. [...] E' ormai dimostrato che i nostri baluardi più forti cadono ad uno ad uno e non è possibile fermare il disastro con la resistenza passiva.

 

Sembra, invece, che Viel, oltre a sottovalutare il fenomeno, lo fraintendesse: 

O il fascismo, ove è anche operaistico, fa della lotta di classe, o esso scomparirà per forza degli stessi elementi che lo compongono. Di qui la inutilità di partecipare ad un governo per fronteggiare la reazione fascista 71 .

 

Viel ribadiva la sua posizione nell'"Avvenire" del 7 luglio 1922, in un articolo intitolato La nostra via. Ancora una volta respingeva le ipotesi di collaborazione parlamentare con le "forze della borghesia", esprimendosi a favore della "più assoluta intransigenza di classe", poiché temeva altrimenti di svalorizzare l'azione diretta delle masse, senza della quale sarebbe stato "utopistico" pensare a conquiste concrete.

Intransigenza e unità intitolava il suo articolo di fondo la settimana successiva. Viel citava Engels e Owens, e teorizzava sulle due posizioni attraverso le quali i socialisti si fronteggiavano. Essendo, però, responsabile del partito e insieme del sindacato, metteva in rilievo le conseguenze che ci sarebbero state nel movimento operaio qualora ci fosse stata una nuova scissione: 

"Io non mi preoccupo di una divisione nel campo politico, come invece delle ripercussioni che avrebbe il movimento sindacale, le cui crepe sono in parte create dalle divisioni tra i partiti politici. Si tratta in sostanza di oltre mezzo milione di operai organizzati che seguono le direttive dei collaborazionisti e che seguirebbero questi in caso di scissione. Per salvare quindi l'unità, occorrerebbe fissare dei limiti entro i quali le nostre forze, sia parlamentari che sindacali si possano muovere e manovrare nell'interesse del proletariato. Chi uscisse da questi limiti dovrebbe essere colpito. Se l'accordo su questi criteri non sarà possibile, la divisione sarà inevitabile. Noi non ce lo auguriamo" 72 .

 

Si arrivò così al Congresso provinciale socialista del 16 luglio. Non vennero più discusse le linee delle correnti, ma si andò ad una verifica della loro consistenza: massimalisti secessionisti 78 voti, massimalisti unitari 120, terzinternazionalisti 60, centristi 146, collaborazionisti 87. Come si vede, i centristi di Arturo Furlan risultarono i più rappresentati  73 .

Prima del Congresso nazionale del PSI a Roma, l'Alleanza del Lavoro proclamò quello sciopero generale legalitario, che nelle intenzioni dei promotori voleva far recuperare credibilità alla sinistra. Finì invece per dimostrare la sua debolezza, dando occasione al movimento fascista di intervenire senza esclusione di colpi e di dimostrare che esso poteva rappresentare ormai la soluzione dei problemi in cui si dibatteva la borghesia 74 .

Il 2 agosto, in una riunione del sindacato dei ferrovieri, aderente all'Alleanza del Lavoro, presente Viel, a "stragrande maggioranza" i lavoratori decisero di aderire allo sciopero generale. Anche a Belluno, come in molte altre città, gruppi di fascisti tentarono di boicottarlo ergendosi a tutori dell'ordine 75 .

Il risultato deludente e drammatico dello sciopero in Italia, contribuì a deprimere ancora di più il morale dei lavoratori; il che, in zone come il Bellunese, ebbe come conseguenza una spinta ulteriore verso l'emigrazione 76 .

Non sarebbe stato certo il XIX congresso del PSI, apertosi a Roma il primo ottobre, a risollevare le sorti del partito. Anzi, esso registrò una ulteriore spaccatura: la corrente riformista (concentrazionista) il 4 ottobre dava vita al Partito socialista unitario (PSU), con a capo Giacomo Matteotti.

A Belluno veniva anche spenta la voce dei socialisti, poiché, per la sua crisi finanziaria, "L'Avvenire" dovette chiudere. L'ultimo numero è del 20 ottobre 1922, quindi precedente alla "marcia su Roma" 77 . 

3. Gli ultimi anni.

 

La Deputazione provinciale, presente Viel, diede le dimissioni il 31 ottobre 1922, dopo pochi giorni dalla "marcia su Roma", avendone i fascisti occupato la sede 78 .

Egli aveva già avuto un passaporto, l'8 settembre 1922, per recarsi in Brasile, nella regione di Rio Grande do Sul 79 . La PS di Belluno, in data 29 novembre, annotò che il giorno 15 dello stesso mese Viel era partito da Belluno diretto a Genova con una “compagna”, dove si era imbarcato 80 .

Per avere qualche notizia in più, ci viene in aiuto la già citata testimonianza della nipote Eleonora. Viel aveva lasciato, in segretezza, la casa di Roncan per raggiungere Belluno, dove aveva preso il treno. Quanto alla "compagna", citata nella nota di polizia, la nipote ha ricordato che egli aveva conosciuto una vedova di guerra, Adele Pescador, abitante a Sagrogna (Belluno), con la quale convisse ed ebbe una figlia, Irene, nel 1921. Più tardi, e all'estero, Viel la sposò. Irene era troppo piccola al momento della partenza del padre, cosicché fu accolta nella casa del fratello Ermenegildo. Irene frequentò le scuole elementari,  fino a che, a 14 anni, fu chiamata dal padre che in quel periodo era residente in Argentina 81 .

Secondo sempre la testimonianza di Eleonora, Fortunato Viel in Argentina si ammalò gravemente ai polmoni, e dovette stare per parecchio tempo in case di cura. Il suo apparato respiratorio era indebolito per l'attività di scalpellino che aveva svolto quand'era giovane. A Buenos Aires avviò poi una sua impresa edile.

L'ultima informazione della prefettura di Belluno al ministero dell'Interno che lo riguarda risale al 30 marzo 1943: 

Risiede tuttora in America al seguente recapito: Calle Pareja 45-39 Buenos Ayres.

Quanto alla sua vicenda politica, nel CPC si trova qualche altra notizia, che aiuta a tracciare a grandi linee il ruolo da lui avuto in Argentina.

Del momento del distacco dall'Italia si può solo immaginare l'amarezza del viaggio, che significava, come per tanti altri sconfitti e perseguitati dal fascismo, oltre all'abbandono dei cari, anche un taglio  con le battaglie politiche ed ideali condotte nel proprio paese. Era già stato emigrante "in America", aveva già sperimentato il nomadismo degli alpigiani; ma questa volta il passaggio dell'Oceano, ad un uomo di 32 anni che era stato al centro della vita politica bellunese, poneva forse maggiori problemi di coscienza e più di un interrogativo sul futuro e sulle possibilità di rientro in Italia. L'Oceano rappresentò per molti che scelsero l'esilio volontario, un confine oltre che geografico anche ideale: al di là di quello spazio bisognava ricominciare da capo 82 .

Va detto che non si è a conoscenza neppure del passaggio di Viel dal Brasile, per il quale paese aveva avuto il passaporto, all'Argentina. Secondo le informazioni pervenute al prefetto di Belluno dall'Ambasciata italiana (nota del 9 novembre 1928), egli era giunto a Buenos Aires nel 1925:

 

Ho l'onore di informare che l'individuo controindicato venuto qui sul principio dell'anno 1925, si fece subito notare per la sua propaganda molto attiva in favore del comunismo, tenendosi anche in intimi rapporti con la redazione del libello L'Italia del Popolo, presso la quale quasi tutte le mattine si recava a ritirare corrispondenza provenientegli dall'Italia. Nel suddetto anno fu anche segretario della Scuola di cultura proletaria istituita dalla locale sezione socialista su iniziativa del prof. Enrico Pierini e di Giuseppe Parpagnoli. Venuto a Cordoba un suo fratello, il Viel lasciò questa capitale per stabilirsi a Cosquin, dove svolge un'attivissima propaganda antifascista 83 . 

Non è dato sapere da chi riceveva "corrispondenza" dall'Italia; probabilmente, oltre ai parenti, era qualche compagno di lotta che lo informava su quanto stava accadendo, anche se i limiti dello scambio epistolare su argomenti politici erano già molto ristretti. In base alle notizie ricevute, il funzionario del Casellario Politico Centrale annotava sullo stesso foglio:

 

Con l'occasione si prega l'E.V. disporre che il Viel sia segnalato alla Div. Polizia Frontiera e Trasporti di questa Direzione Generale [di P.S.] per la iscrizione nella Rubrica di Frontiera per le disposizioni di fermo e perquisizione qualora rientrasse nel Regno. Si prega, altresì, di trasmettere, ove fosse possibile, due copie della fotografia della persona di cui trattasi, occorrenti per la regolarizzazione degli Atti questo Casellario Politico. 

Dunque Viel era stato seguito, vigilato e, se avesse tentato di ritornare in Italia, sarebbe stato senz'altro arrestato per le sue idee politiche 84 .

In base al sopracitato rapporto dell'Ambasciata italiana in Argentina, si sa che Fortunato Viel frequentò la sezione socialista di Buenos Aires, che ebbe stretti rapporti con i giornalisti del periodico antifascista "L'Italia del Popolo" e che fu segretario di una Scuola di cultura proletaria. Forse in questa veste fu accusato di fare propaganda "comunista", un'aggettivazione che circolava nelle discussioni dell'area massimalista, alla quale Viel fece sempre riferimento.

Il fratello, di cui scrivevano le autorità italiane, era Vittorio, anch'egli scalpellino e "sovversivo"; aveva lasciato Ponte nelle Alpi nel 1923, con un passaporto per la Francia. Vittorio Viel è indicato come socialista, ma con simpatie per i comunisti. In Argentina, a Molinari, fu anche a capo di una società di scalpellini 85 .

Un'altra informazione di una certa importanza su Fortunato Viel arrivò dall'Ambasciata d'Italia di Buenos Aires il 3 ottobre 1929. Si notificava che egli aveva partecipato al secondo Congresso nazionale dell'Alleanza antifascista, in qualità di delegato della sezione socialista della capitale, ed era stato chiamato a far parte dell'ufficio di segreteria del Congresso. In quella occasione fu eletto membro del nuovo Comitato esecutivo nazionale 86 .

Il direttivo dell'Alleanza antifascista, a cui intervenne Fortunato Viel, si riunì il 15 e 16 marzo 1930 e puntualmente la polizia trasmise in Italia la notizia. S’informava di una crisi interna all'organismo, dal quale era stato espulso già Enrico Pierini; inoltre un ex deputato, Giuseppe Tuntar, aveva dato le dimissioni essendosi allontanato dal partito comunista 87 . Aveva ricevuto critiche anche Manlio Urbani, che aveva difeso Pierini e il giornale "L'Italia del Popolo", accusato da altri di essere un organo democratico-borghese. Quindi continuavano  all'estero le diatribe ideologiche, che, anche secondo la nota di polizia proveniente da Buenos Aires, finivano per  indebolire il gruppo antifascista.

Un'altra segnalazione arrivò da Buenos Aires l'8 giugno 1931. Vi si legge che Fortunato Viel continuava a far parte dell'Alleanza antifascista italiana, definita come "organismo comunista". La nota così continuava:

 

Il Viel, dopo la rivoluzione del Settembre 1930, non ha dato luogo a notevoli rimarchi, anche in conseguenza delle misure di rigore adottate dall'attuale Governo Argentino in confronto degli estremisti, i quali, almeno apparentemente, hanno di molto limitato la loro abituale attività sovversiva.

 

La rivoluzione di cui si parla nella nota è relativa ai fatti accaduti il 5 settembre 1930, quando i militari destituirono il presidente argentino Hipolito Irigoyen e insediarono una giunta provvisoria. Avevano preso a pretesto il malcontento e le manifestazioni che c'erano state nel Paese a seguito della crisi economica mondiale dell'anno prima. La svolta politica autoritaria fu confermata nel 1932, quando fu eletto presidente della Repubblica Argentina José E. Uriburu. Ci furono consistenti forze argentine che si schierarono con i regimi dittatoriali dell'Italia e della Germania. Dunque il clima politico fu diverso e più difficile diventò la propaganda antifascista degli stessi esuli italiani 88 .

Le ultime informazioni di polizia su Fortunato Viel sono molto concise. Una è dell'8 novembre 1932. Si comunicava la sua residenza, Calle Salguero n. 165, Buenos Aires, dove abitava con la moglie. Lavorava ancora come scalpellino per guadagnarsi da vivere. Rimaneva affiliato all'Alleanza antifascista italiana, frequentandone i comizi e le altre manifestazioni di protesta contro il fascismo. Nell'Alleanza erano rimasti i comunisti, che vi esercitarono una loro egemonia, e anche i massimalisti, mentre i socialisti unitari, i repubblicani ed altri antifascisti democratici diedero vita alla LIDU (Lega Italiana Diritti dell'Uomo) e alla Concentrazione antifascista, a seguito di quanto era accaduto in Francia 89 .

Una seconda nota, redatta questa volta dalla prefettura di Belluno il 21 maggio 1935, si riferisce alla figlia Irene, che aveva chiesto il passaporto per raggiungere il padre in Argentina ("La richiedente risulta di regolare condotta morale e politica, e non è pericolosa all'ordine nazionale, e l'unico motivo della richiesta del passaporto è quello di raggiungere il padre").

La terza informazione è dell'Ambasciata di Buenos Aires (28 maggio 1935) e riguarda sia Vittorio che Fortunato Viel. Per il primo, si precisò che da alcuni mesi si era trasferito da Calle Salguero (dove abitava il fratello) a Calle Corrientes; per il secondo, il funzionario dell'Ambasciata segnalò che continuava a lavorare come scalpellino e a dare "discreta attività alla locale sezione socialista massimalista  italiana ed a questi gruppi antifascisti".

L'ultima notizia è quella già ricordata dell'aprile 1943, che riporta solo la residenza di Fortunato Viel a Buenos Aires, definito sempre come "socialista".

Erano passati otto anni dalla precedente informazione; probabilmente è il periodo in cui Fortunato era ammalato ed aveva diradato i suoi impegni politici. E' troppo poco per poter ricostruire il suo percorso politico di quegli anni, e occorre cautela nel collocare Viel nell'ambito dei rivolgimenti dei primi anni quaranta, che videro una ritrovata unità tra socialisti e comunisti, con la riscoperta fra l'altro del garibaldinismo, mai spento nell'America latina 90 . L'ipotesi più plausibile è che Viel abbia mantenuto fede alle sue convinzioni formatesi in Italia, al momento del suo impegno politico più attivo e importante.

Le sue tracce si ritrovano nel giugno del 1949, quando un gruppo di emigranti bellunesi, tra cui c'era il fratello dell'on. Giovanni Bortot, Virgilio, fu accolto in casa di Viel, che era diventato titolare di una impresa per la costruzione di strutture in cemento armato. Ospitò con signorilità i compaesani, che gli portarono in dono una forma di formaggio (a quel tempo nelle latterie sociali di Ponte nelle Alpi si producevano ancora latticini molto apprezzati), e li aiutò generosamente, anche con denaro, per sganciarsi da una ditta che li aveva trattati male e trovare lavoro altrove.

Secondo la testimonianza di Virgilio Bortot 91 , Fortunato Viel morì la fine di agosto del 1958; avrebbe compiuto 68 anni a novembre di quell'anno.

Egli visse abbastanza per vedere la vittoria sul regime fascista italiano che lo aveva costretto ad espatriare.

Fortunato Viel è uno dei tanti personaggi bellunesi dimenticati dai concittadini. Solo in questi ultimi tempi si è avviata una serie di studi sull'emigrazione politica e sulle persone coinvolte nelle peregrinazioni fuori provincia - persone in carne e ossa e non solo come numero per le statistiche economiche - al fine di recuperarne la memoria 92 . E’ una bella figura, quasi emblematica di quanto accadeva nella periferia del regno. I socialisti che svolgevano una professione liberale assunsero soprattutto impegni nel settore amministrativo e nelle battaglie elettorali. Viel, operaio, autodidatta della politica, ebbe in mano soprattutto sindacato e partito, cioè le istanze in cui più contava il riconoscimento da parte della classe operaia.

Va infine sottolineata la sua coerenza politica. Mentre qualche socialista, rimasto in patria, dovette cedere al fascismo, Fortunato Viel conservò e manifestò le proprie convinzioni “sovversive” all’estero, anche dopo la marcia su Roma.

 

Note

1. Per esplicare meglio l'attività politica, Viel aveva preso domicilio a Belluno agli inizi del 1920; cfr. ACS, CPC, b. 5407. Quand'era a Ponte nelle Alpi, nei suoi spostamenti Viel si serviva della bicicletta. Solo il medico della zona si spostava con un cavallo. Se lo ricorda Giuseppe De Tomas, nato a Roncan il 3 luglio 1908. Era ragazzino quando puliva la bicicletta di Fortunato Viel, e ciò gli consentiva di fare qualche giretto. La madre di De Tomas cuciva gli "scarpet" (calzature di pezza) per la famiglia Viel; testimonianza orale di G. De Tomas, Ponte nelle Alpi, 8 giugno 1996.

2. Seguono i connotati personali: statura m 1,73, corporatura regolare, capelli castani chiari e lisci, colorito roseo e fronte diritta, occhi grigi, mento largo e poco sporgente, mani piuttosto lunghe senza callosità, espressione fisionomica aperta, nessun segno particolare. Abbigliamento abituale: "scuro da operaio con ricercatezza". Queste le caratteristiche salienti descritte nella scheda, a cui sono allegate due foto, una più rovinata e quasi illeggibile del 1937 quando Viel era già a Buenos Aires, l'altra  dei primi anni '20, più chiara, che ritrae un bel volto aperto di giovane, dallo sguardo diritto e intelligente.

3. Cfr. l’Anagrafe di Ponte nelle Alpi.

4. Si tratta di Giusto Santin. Per questo personaggio cfr. Silvano Cavallet, Aspetti del socialismo bellunese. Giusto Santin, tesi di laurea con il rel. Letterio Briguglio, Univ. di Padova, Fac. di Magistero, a. acc. 1982-83. Sul

5. La scheda si riferisce sempre a Santin, oltre che all’on. Luigi Basso e all’avv. Oberdan Vigna. Sulla figura dell'on. Luigi Basso, che esercitava la professione di avvocato nel Feltrino e che, dopo la morte di Giacomo Matteotti, divenne segretario nazionale del Partito socialdemocratico, cfr. la tesi di laurea di Vittorio Forato, L'altro Veneto: emigrazione e socialdemocrazia nel Feltrino, rel. Gianni Riccamboni, Univ. di Padova, Fac. di Scienze Politiche, a. acc. 1990-91. cit., oltre alla scheda biografica scritta da Anna Rosada in Franco Andreucci, Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1854-1943, Ed. Riuniti, Roma, I, 1975, sub voce. Quanto all’altro socialista feltrino, l’avv. Vigna, cfr. Giovanni Perenzin, Giorgio Granzotto, Ricordo dei costituenti Pat e Vigna, “Protagonisti”, 65 (1996). Sul PSI nei primi anni del Novecento cfr. anche la tesi di Bortolo Calligaro, Aspetti del movimento operaio in Provincia di Belluno negli anni precedenti la prima guerra mondiale, Univ. di Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia, a. acc. 1977-78. Si narrano le vicende del PSI bellunese, attivo più all'estero che in provincia. Inoltre si sottolineano le profonde divisioni tra le sezioni controllate dai socialisti intransigenti e quelle di Belluno e Feltre, i cui dirigenti, stimati professionisti, erano legati ai radical-democratici.

6. Solo il 14 gennaio del 1915 "L'Avvenire" dà notizia della  costituzione di un Sindacato operaio fra muratori, minatori, manovali ed affini in provincia di Belluno.

7. Cfr. Giovanni Sabbatucci, I socialisti nella crisi dello Stato liberale (1918-1926), in Storia del socialismo italiano, III, Il Poligono ed., Roma, 1980, III, p. 161. Su questi temi, per quanto riguarda un'altra provincia veneta, cfr. Renato Camurri, Le origini del PCdI a Vicenza (1919-1921), in Emilio Franzina (a cura), La classe gli uomini e i partiti. Storia del movimento operaio e socialista in una provincia bianca: il Vicentino (1873-1948), Odeonlibri ed., Vicenza, 1982, II, p. 703 e sgg. Quanto alla provincia di Rovigo cfr. Valentino Zaghi, L'eroica viltà. Socialismo e fascismo nelle campagne del Polesine 1919-1926, Angeli, Milano, 1989. Per quanto riguarda la regione nel suo complesso cfr. Annamaria Longhin, Origine e sviluppo del movimento socialista nel Veneto (1892-1914), Deputazione di Storia Patria, Venezia, 1996. Per Belluno lo studio della Longhin ripropone cose già note, ma è comunque utile per un raffronto con le altre province del Veneto. A p. 93 Longhin scrive: "Nella provincia bellunese la disorganizzazione fra le stesse forze operaie costituì un segno di debolezza non solo agli albori del socialismo, ma anche negli anni successivi, quando il movimento politico riuscì a ottenere una schiacciante vittoria sui monarchici e sui democratici. La disorganizzazione era dovuta sia alla scarsa educazione proletaria dei lavoratori, venuti a contatto con i princìpi socialisti per mezzo di emigranti, sia alla difficoltà di trovare un metodo d'azione che unisse tutte le forze operaie. [...] La mancanza di intesa tra le forze operaie socialiste e gli ambienti riformisti borghesi costituì probabilmente uno dei motivi per cui la provincia montana non partecipò né al Congresso nazionale di Genova, né a quello di Reggio Emilia" (p. 93). Ancora sulla sinistra in ambito regionale cfr. Emilio Franzina, Il movimento operaio e socialista nel Veneto. Rassegna storiografica, in Antonio Lazzarini (a cura), Trasformazioni economiche e sociali nel Veneto fra XIX e XX secolo, Ist. per le ricerche di storia sociale e di storia religiosa, Vicenza, 1984, p. 343 e sgg.

8. "L'Avvenire", 19 dicembre 1919.

9. "L'Avvenire", 12 dicembre 1919.

10. Sulla natura dell’anticlericalismo socialista, diverso da quello dei radical-democratici, cfr. Anna Rosada, Emigranti e socialisti feltrini nel primo Novecento, "Studi storici", 4 (1964).

11. "L'Avvenire", 2 gennaio 1920.

12. Le sezioni presenti erano: Belluno, Ponte nelle Alpi, Domegge, Valle di Cadore, Cibiana, Forno di Zoldo, Mel, Limana, Feltre, Perarolo, Cencenighe, Forno di Canale, Agordo, Lamon, Arsié, Laste di Rocca Pietore, Longarone, ed i gruppi di Auronzo e Calalzo, per un totale di circa 500 iscritti; "L'Avvenire", 9 gennaio 1920.

13. Su questo argomento cfr. Cavallet, cit., pp. 134-35. E' rilevante anche il fatto che una settimana dopo, sempre di domenica, l'11 gennaio 1920, si tenne a Belluno il primo Convegno provinciale delle Cooperative di lavoro. C'erano i rappresentanti di 39 cooperative ed esponenti di spicco del PSI. Fu deciso di costituire una Federazione che associasse tutte le cooperative; "L'Avvenire", 16 gennaio 1920.

14. "L'Avvenire", 6 febbraio 1920. C'erano i rappresentanti di Belluno, Ponte nelle Alpi, Pieve e Farra d'Alpago, Longarone, Sospirolo, Limana, Bribano, Feltre, Mugnai, Lamon e Quero; vi avevano aderito anche le sezioni di Domegge, Seren, Arten, Pedavena, Borsoi, Villabruna e Campolongo. A presiedere il convegno fu chiamato Giuseppe Collesei di Lamon (diventato poi comunista), presenti anche i parlamentari socialisti  Basso, Vigna e Santin.

15. Su Luigi Viel cfr. Ponte nelle Alpi tra guerra, resistenza e liberazione. Documenti per ricordare e per insegnare, Comune di Ponte nelle Alpi e ISBREC, 1995, pp. 76-77.

16. "L'Avvenire", 13 febbraio 1920.

17. "L'Avvenire", sempre il numero del 13 febbraio 1920.

18. "L'Avvenire", 5 marzo 1920.

19. "L'Avvenire", 12 marzo 1920.

20. "L'Avvenire", 7 maggio 1920.

21. "L'Avvenire", 4 giugno 1920. Sulla "conquista" politica della piazza in questo periodo cfr. Mario Isnenghi, L'Italia in piazza, Mondadori, Milano, 1994, p. 247 e sgg. Quanto al movimento sindacale cattolico in questo periodo cfr. AA. VV., Il sindacalismo bianco tra guerra, dopoguerra e fascismo (1914-1926), Angeli ed., Milano, 1982.

22. Sullo sciopero del giugno 1920 cfr., fra gli altri, Silvano Cavallet, Aspetti del movimento socialista bellunese, in ISBREC, Storia contemporanea del Bellunese. Guida alle ricerche, libreria Pilotto, Feltre, 1985, p. 102 e sgg.

23. ACS, CPC, b. 5407, nota su Fortunato Viel del 22 giugno 1920: "20 Giugno 1920. Denunciato all'Autorità giudiziaria quale responsabile del reato di cui agli art. 118 n. 3 e 120 Cod. Penale, commesso arringando in un comizio pubblico di disoccupati". In un telegramma del prefetto Oreglia, trasmesso da Belluno al Min. dell'Interno il 20 giugno 1920, si parlava del comizio di quel giorno presenti circa 3000 operai. Fortunato Viel era qualificato come segretario della Camera del lavoro, e Arturo Furlan come direttore della Federazione delle cooperative di lavoro. C'era una precisazione: "Viel Fortunato stamane eccitò operai stare pronti per assaltare edifici pubblici ed issare bandiera rossa". Le parole virgolettate che il Viel avrebbe proferito alla vigilia dello sciopero sarebbero state le seguenti: "E ora compagni lavoratori scioglietevi e ritiratevi nelle vostre case e tenetevi pronti alla nostra chiamata per l'assalto. Nel giorno dello Statuto su alcuni punti sventolava la bandiera tricolore; auguriamoci che il giorno dello sciopero generale su quei punti sventoli la bandiera dei Soviet". Quindi non solo sciopero rivendicativo, ma soprattutto politico. Il prefetto infine chiese aiuto al presidio militare di Treviso. Durante lo sciopero, oltre ai fatti drammatici di S. Giustina, dove furono arrestate 68 persone, si registrarono scontri a fuoco anche a Belluno. A Longarone uno sbarramento di dimostranti, esacerbati dalla mancanza di lavoro,  fermarono un autocarro di soldati che avevano a disposizione una mitragliatrice. Gli scioperanti se ne impossessarono. ACS, Min. Interno, Gabinetto, PS 1920, Belluno. Nel fascicolo del CPC riguardante Viel si legge un'altra nota del prefetto di Belluno: "23 giugno 1920. Proclamato lo sciopero generale nella Provincia di Belluno, del quale fu promotore e propugnatore, è stato nominato membro del Comitato d'azione. Durante lo sciopero ha tenuto molti comizi pubblici in vari Comuni della Provincia, ed anche nel capoluogo, addimostrandosi attivissimo, apparentemente calmo, ma di sottecchi incitava a disordini. Non si sono potuti raccogliere indizi per denunciarlo. Viene vigilato".

24. "L'Avvenire", 1 luglio 1920.

25. "L'Avvenire" del 27 agosto 1920 riporta la cronaca del dibattito, ma non le votazioni degli organi dirigenti.

26. "L'Avvenire", 3 settembre 1920.

27. "L'Avvenire", 17 settembre 1920.

28. "L'Avvenire", 10 settembre 1920. Considerata la limitata consistenza delle fabbriche in provincia di Belluno, non si ha notizia di particolari eventi nostrani rispetto a  quanto accadeva invece nei centri industriali più forti. Nel fascicolo del CPC su Fortunato Viel, si può comunque leggere la nota seguente: "12 settembre 1920. Denunciato all'Autorità Giudiziaria ai sensi degli art. 246 e 247 Cod. Penale, perché nel comizio pubblico tenutosi in Belluno fece l'apologia di reato, istigando i compagni a delinquere con la violenza per impadronirsi di stabilimenti industriali. Si fa riserva di comunicare l'esito del giudizio". Su questo periodo cfr. Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche, settembre 1920, Einaudi, Torino, 1964; e, per alcuni documenti dell'epoca, cfr. Adolfo Pepe, Movimento operaio e lotte sindacali 1880-1922, Loescher ed., Torino, 1976,  p. 274 e sgg.

29. Per quanto riguarda i voti cfr. "L'Avvenire", 22 ottobre 1920. Dopo aver conosciuto i risultati di domenica 17 ottobre, il giorno dopo sia nella sede municipale di Belluno, che nella torre campanaria e sul palazzo della Provincia fu esposta la bandiera rossa. Viel fu tra coloro che arringavano la folla che si era spontaneamente raccolta in città. Un altro vessillo rosso fu esposto al municipio di Ponte nelle Alpi. Sulle cariche amministrative di Viel cfr. "L'Avvenire", 19 novembre 1920 e l'Archivio della Provincia di Belluno (APB), Verbale del Consiglio della seduta del 4 novembre 1920, la prima dopo le votazioni. La seduta ebbe luogo nella sala del Consiglio comunale di Belluno, presenti i seguenti consiglieri: Benvenuto De March, Fortunato Viel, Antonio Arturo Furlan, Giuseppe Poloni, dott. Carlo Pagani, Vittorio De Felip, avv. Vincenzo Lante, cav. Ernesto Stefani, cav. Gio.Batta Dalla Favera, on. avv. Luigi Basso, Arturo Paoletti, Luigi Fontanelle, Antonio Rech, Luigi Corazzol, ing. Giuseppe Palatini, Gino Agnoli, Giovanni Valmassoi, Luigi Boni, avv. Giovanni Larese, Giuseppe Zanella Pumer, avv. Augusto De Bettin, ing. Fausto De Zolt, ing. Antonio Garbellotto, cav. Eugenio Probati, Pio Bulf, Silvio De Giacinto, Gregorio Piaia, Antonio Talamini, on. Giusto Santin, Giuseppe Deon, Antonio Dalle Mule, dott. Isidoro Fabris, Luigi Dall'Asen (secondo l'ordine elencato nel verbale). Nel corso della riunione arrivarono poi i consiglieri Guarnieri, Padovan, Pante e Sebben. Sull'assenza del consigliere Maeran, in carcere, così si legge nel verbale riferito al primo intervento dl consigliere Furlan: "Rileva l'assenza da questa seduta di un compagno di fede e di lavoro, il Consigliere Maeran. Nominato dal popolo, non può egli esercitare il suo mandato in conseguenza della reazione scatenatasi dopo uno sciopero, anche dagli avversari riconosciuto giusto e santo, poiché l'agitazione aveva per iscopo di ottenere tutto quello che la popolazione domanda. Per questo il compagno Maeran è in carcere. Rivolgiamo un pensiero a lui e alle altre vittime di quello sciopero, giacché non il solo Maeran, ma molti altri sono tuttora in prigione per i fatti di giugno. Deve rilevare che l'autorità politica, la quale nei giorni dello sciopero aveva dichiarato che non avrebbe fatto luogo ad alcuna persecuzione, ha mancato alla sua promessa. E' mancata la promessa poiché infierisce più che mai la reazione politica. Per questo innalziamo una viva protesta, la quale deve estendersi, oltreché alle vittime politiche della Provincia, alle vittime della reazione borghese di tutta Italia. Poiché in Italia, dopo la meravigliosa vittoria delle organizzazioni nostre, tutto viene tentato dalla borghesia per impedire il nostro trionfo. Uno dei morti di S. Giustina, mentre gravemente ferito veniva trasportato all'Ospedale di Feltre ove poi morì disse: Non m'importa di morire, purché il Socialismo trionfi. Così noi ora possiamo dire: Non c'importa la reazione, purché trionfi il Socialismo". Dopo queste frasi, il prefetto comm. Felice Oreglia respinse le accuse e quindi abbandonò la riunione. Va segnalato che Viel fu abbastanza presente alle riunioni del Consiglio e della Deputazione, ma dai verbali dell'Archivio della Provincia di Belluno risulta che partecipava ben poco al dibattito.

30. "L'Avvenire", 29 ottobre 1920, art. Il proletariato bellunese solennizza la vittoria, si prepara all'utile lavoro.

31. Sul II congresso dell'Internazionale comunista, tenutosi a Pietroburgo e a Mosca nell'estate del 1920, nonché sui 21 punti elaborati dall'Internazionale per rompere con le correnti riformiste cfr. anche Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino, Reprints, 1978, p. 64 e sgg.

32. "L'Avvenire", 5 novembre 1920. Sulla situazione in cui venne a trovarsi il PSI, Giorgio Amendola ha scritto: "L'inconcludente massimalismo del movimento operaio, il suo isolamento politico, la mancanza di una politica di alleanza tra classe operaia, piccola borghesia urbana e piccola proprietà contadina, il tragico distacco tra movimento operaio ed ex combattenti, crearono le condizioni che permisero al terrorismo fascista di capovolgere in pochi mesi la situazione", in Fascismo e movimento operaio, Ed. Riuniti, Roma, 1975, p. 31.

33. Mi limito qui a ricordare solo un'altra figura di “massimalista” del Veneto, Giuseppe Andrich (originario di Belluno), che riparò all'estero più tardi (1927) rispetto a Viel, e che tenne rapporti anche con alcuni esponenti socialisti  bellunesi dopo il 1922; cfr. Emilio Franzina, "Bandiera rossa trionferà, nel cristianesimo la libertà". Storia di Vicenza popolare sotto il fascismo, Bertani, Verona, 1987.

34. "L'Avvenire", 12 novembre 20.

35. Viel era stato con il sindacalista Granata il 25 novembre nelle scuole di Cadola dove si tenne l'assemblea della sezione socialista di Ponte nelle Alpi. I presenti approvarono "a grande maggioranza" di aderire alla "frazione unitaria"; "L'Avvenire", 26 novembre 1920.

36. "L'Avvenire", 10 dicembre 1920.

37. "L'Avvenire", 24 dicembre 1920.

38. "L'Avvenire", 7 gennaio 1921.

39. "L'Avvenire", 14 gennaio 1921. Su questo specifico problema la Federazione provinciale del PSI, la Camera del lavoro e il Sindacato edile avevano inviato ai sindaci socialisti una circolare che sollecitava interventi concreti di sostegno ai disoccupati a cui venivano a mancare i sussidi. La circolare così iniziava: "Una inqualificabile ordinanza del ministero del lavoro toglie i sussidi ai disoccupati che non hanno pagato almeno 24 contributi quindicinali. Nella nostra provincia, particolarmente, vuol dire togliere senz'altro e nella stagione invernale ogni possibilità agli operai di usufruire dei fondi da loro stessi accumulati. Nessun operaio nella nostra provincia ha potuto versare i 24 contributi detti, sia perché la stagione lavorativa non si estende a tutto l'anno, sia perché, per l'irregolare funzionamento degli uffici, i versamenti si inviarono a cominciare dal marzo 1920 ed in tanti luoghi solo da luglio".

40. "L'Amico del Popolo", 29 gennaio 1921. Gli unitari avevano prevalso nelle sezioni di Belluno, Mel, Villa di Villa, Perarolo, Feltre, Ponte nelle Alpi, Quero, S. Tomaso, Cencenighe, Forno di Zoldo, Pieve d'Alpago e Arsié, oltre che in quelle del Cadore. La frazione comunista ebbe la maggioranza nelle sezioni di Lentiai, Limana, Lamon, Canale d'Agordo, S. Stefano di Cadore, Pedavena. Nessuna sezione si espresse a favore dei riformisti.

41. "L'Avvenire", 4 febbraio 1921.

42. Rimando al mio articolo su Giusto Della Lucia, antifascista bellunese, "Protagonisti", nn. 3, 4 e 5 (1981).  Alcuni spunti su questo periodo si trovano anche in altri miei lavori: I comunisti bellunesi dal 1921 al 1926, in Sessantesimo della fondazione del PCI. Note per una storia del PCI e del movimento democratico nella provincia di Belluno. 1921-1981, Federaz. PCI, Belluno, 1981; Note sul PRI in provincia di Belluno (1919-1926), "Protagonisti", nn. 41 (1990) e 42 (1991); Belluno e il sindaco Vincenzo Lante, Cierre, Verona, 1999.

43. "L'Avvenire", 18 febbraio 1921.

44. "L'Avvenire", sempre del 18 febbraio 1921.

45. Il nuovo comitato della Lega edile di Ponte nelle Alpi fu così composto: Candido Levis, Antonio Fumicelli, Luigi Viel, Antonio Doglioni e Giovanni Bortot per i Coi de Pera; Agostino Pierobon, Damiano Damian, Annibale Bridda, Giulio Orzes per le frazioni basse del comune. Il comitato elesse poi a segretario della Lega Agostino Pierobon e a cassiere Luigi Viel di Roncan.

46. "L'Avvenire", 4 marzo 1921.

47. "L'Avvenire", 25 marzo 1921.

48. "L'Avvenire", sempre del 25 marzo 1921.

49. "L'Avvenire", 23 aprile 1921.

50. "L'Avvenire", 29 aprile 1921.

51. "L'Avvenire", 6 maggio 1921. Su questo episodio cfr. anche il mio art. cit., "Protagonisti", n. 4 (1981), pp. 31-32. Anche i fascisti furono quel giorno fatti oggetto di colpi d'arma da fuoco durante i loro spostamenti nell'Agordino.

52. Cavallet, tesi di laurea, p. 192. Furono candidati Basso (l’unico eletto) e Vigna, mentre Santin fu sacrificato.

53. "L'Avvenire", 20 maggio 1921.

54. "L'Avvenire", 17 giugno 1921. Uno dei modi di contrastare la combattività dei lavoratori e di dividerli fra loro, scriveva sempre l'organo socialista, era quello messo in atto da impresari che, proprio nei lavori ferroviari Vittorio-Ponte nelle Alpi, tendevano ad assumere manodopera da fuori provincia e a escludere le cooperative locali dall'appalto; "L'Avvenire", 10 giugno 1921.

55. Cfr. Ponte nelle Alpi..., cit., p. 39, e "L'Avvenire" del 9 settembre 1921, e del 7 e 14 ottobre 1921.

56. "L'Avvenire", 9 settembre 1921.

57. Sul Congresso di Milano cfr. Sabbatucci, cit., pp. 292-6.

58. "L'Avvenire", 23 dicembre 1921.

59. "L'Avvenire", 3 febbraio 1922.

60. ACS, Min. Interno, PS, 1921, b. 96. Meno iscritti fascisti c'erano invece a Longarone-Castellavazzo, e cioè solo 40, mentre molti di più erano gli iscritti a Sospirolo (180). Per la città di Belluno tra simpatizzanti e iscritti si dava il numero di 2.500 persone.

61. Il quindicinale del PCdI era "Dittatura Proletaria", cfr. la ristampa anastatica - presentazione di Francesco P. Franchi, note storiche di F. Vendramini, illustrazione di Benito Turchetto - Le radici di una forza. Partito Comunista Italiano 1921-1975, Nuovi Sentieri ed., Belluno, 1975. Un forte attacco a Viel apparve nel n. 3 di "Dittatura Proletaria" del 2 aprile 1921. Ecco il testo dell'articolo Per voi Operai!: "Non è ancora trascorso un anno da quando regolarmente cominciò a funzionare la nostra Camera del Lavoro, e già parecchie lotte ha dovuto sostenere. Voi sapete che Viel Fortunato è stato uno dei promotori della Camera del Lavoro, quando cioè egli poteva sperare di disporre di voi in ogni forma, e per il Sindacato Edile, e per la Camera del Lavoro. Ma, passate le elezioni, lui, il Consigliere provinciale, il Vice-presidente del Consiglio provinciale, il Deputato provinciale cambiò rotta. Il fegatoso rivoluzionario, l'uomo della sesta giornata, l'uomo che proponeva, or non è molto, la costituzione di un partito anarchico, diventava l'agnello, e si accontentava di battere ben altre strade da quella socialista. L'appetito viene mangiando, così dalle prime tre cariche rappresentative, consultive ed esecutive, camminava passi giganteschi verso il potere a qualunque costo. Così poté arrivare ad avere venti cariche, e nella tema di dover essere giudicato, volle perfino essere il Segretario Politico della Federazione Provinciale Socialista e Vice Segretario di questa Camera del Lavoro. Ma la di lui opera non poteva certo andar d'accordo con quella di Granata, che, pur lottando per il proletariato da ben 18 anni, è rimasto sempre un povero diavolo e fu sempre contro ogni ambizione di carica. Ma perché lo sappiate, operai, vi diremo che, mentre (sic) il Viel, Vice Segretario della Camera del Lavoro, ha ultimamente fatto di tutto perché gli operai non pagassero la tessera della Camera stessa. Infatti fu contro la sezione edile di Belluno quando questa voleva pagare il suo conto alla Camera del Lavoro, così pure diede consigli alla lega di Bribano perché non l'aiutasse ed altrettanto fece a Ponte nelle Alpi con quel Segretario Agostino Pierobon". E' difficile entrare nel merito dell'articolo per quanto riguarda la polemica sulla Camera del Lavoro, mentre sull'accumulo delle cariche i comunisti avevano ragione, anche se bisogna considerare che in quel periodo il gruppo dei dirigenti socialisti si era assottigliato, sia per la scissione di Livorno, sia per l'esodo migratorio: Viel, anche per le sue capacità politiche ed umane, assunse ruoli vacanti ed offerse così il fianco alle critiche. Nel n. 4 del giornale comunista (16 aprile 1921) si dava notizia che i fascisti avevano sfondato la porta della sede della Camera del Lavoro di Belluno (viale delle Alpi), avevano fatto dei vandalismi e bruciato poi le bandiere dei lavoratori in piazza Campitello, davanti al Caffè Manin. Nel n. successivo era pubblicato l'addio di Granata a Belluno, costretto ad andarsene per le pressioni fasciste. La stampa bellunese diede poi la notizia che Granata era passato nelle file fasciste.

62. Fu approvato il seguente odg: "Il Congresso della Camera del Lavoro riunito il giorno 19 gennaio 1922, udita la relazione morale e finanziaria della Commissione Esecutiva l'approva con voto di plauso per l'opera svolta in condizioni di difficoltà morali, materiali e finanziarie e raccomanda alle organizzazioni di stringersi sempre più attorno alla Camera del Lavoro per dare ad essa i mezzi indispensabili per fronteggiare la critica situazione; approva altresì il bilancio preventivo per il 1922 e che il costo della tessera venga portato a £ 5"; "L'Avvenire", 3 febbraio 1922.

63. Sabbatucci, cit., pp. 307-8.

64. "L'Avvenire", 10 febbraio 1922. Viel partecipò alla costituzione dell'Alleanza del Lavoro a Belluno. Era il 21 marzo 1922. Fu eletto un Comitato direttivo di cinque persone, scelte dalla Camera del Lavoro e dal Sindacato dei ferrovieri; "L'Avvenire", 24 marzo 1922.

65. "L'Avvenire", 3 marzo 1922.

66. Viel fu presente ad un banchetto di addio in località Lambioi (Belluno) organizzato dai soci del Circolo operaio educativo, perché il suo presidente, Alessandro Gasperin, sarebbe presto emigrato per mancanza di lavoro in patria; "L'Avvenire", 10 marzo 1922. Per quanto riguarda il marzo del 1922, si ha questa nota prefettizia inserita nel fascicolo di Fortunato Viel nel CPC: "10 marzo 1922. In un comizio pubblico di disoccupati in iscarso numero, stigmatizzò l'incuria del Governo nei provvedimenti per ovviare alla disoccupazione di 20.000 operai di questa Provincia. Mossero rimprovero a costoro che emigrano in Francia per avere la paga oraria di £ 2,25 e lavorare dieci ore al giorno, mentre si è combattuto tanto per ottenere la giornata di otto ore". La battaglia era già arretrata al punto da difendere posizioni che sembravano acquisite da tempo.

67. "L'Avvenire" del 5 maggio 1922 criticò l'intervento di Della Lucia che, secondo il giornale socialista, avrebbe attaccato più i socialisti che i fascisti.

68. Giuseppe Deon, sindaco di Longarone, aveva un particolare ascendente nel movimento socialista per la sua dirittura morale. Di lui "L'Avvenire" del 16 giugno 1922 pubblicò un articolo intitolato La mia grande soddisfazione, che è forse esemplare della mentalità di certi socialisti di allora, che mischiava dignità e onestà, semplicità e convinzioni politiche con uno spiccato senso di giustizia sociale. Questi socialisti avevano un loro codice morale forte, di cui erano fieri e che professavano anche di fronte allo scatenamento della violenza avversaria. Vale la pena di riprodurlo in parte: "Fisicamente, economicamente, intellettualmente sono un meschino. Le mie braccia non seppero che il lavoro; il mio povero borsellino, spesso al verde, a ben poca moneta, onestamente guadagnata e poi onestamente spesa, diede ospitalità; il mio cervello, per istinto analizzatore dell'ambiente umano, poco educato dai libri o da maestri, ma molto dall'esperienza, seppe maturare pensieri sempre scevri di odio o di viltà ed imporre al cuore le pulsazioni più forti per le azioni più nobili e per le più nobili idealità. [...] Provai le delusioni più atroci, irriconoscenze le più vili, ebbi lo scherno in luogo del compianto, ebbi l'abbandono in luogo dell'aiuto. E non mi piegai; mai, mai cedetti di fronte a tutte le viltà, di fronte a tutte le insidie. Mi eressi anzi più fiero, poiché ho sempre pensato e sempre penserò che non v'è miglior soddisfazione per il debole (non di animo e di fede però) che di assiter alla viltà, o d'esser vittima anche di coloro che s'ergono a grandi uomini e per intelletto, e per denaro, e per altro. Ed io che non conobbi mai viltà fui combattuto con le armi più vili; io che non seppi mai l'odio, l'odio più feroce dovetti subire; io che a tutti stesi la mano amica subii anche la minaccia della mano armata; io che divisi ancora il pane con gli altri, mi vidi negare e tentar di togliere quel pane che dovea sfamare anche le mie creature. [...] E ricco ancora mi sentii, ricco della più grande, della più nobile delle ricchezze, quando vidi erigersi prepotente, insultante, provocante la ricchezza del portafoglio altrui accoppiata alla più vile miseria dell'animo e del cuore, per tentar di sopprimermi, di umiliarmi, di vincermi. [...] E l'animo mio, il mio animo che non conosce veleno od insidia, ma che s'è spontaneamente educato all'amore del bello e del giusto, provava la più bella, la più legittima, la più grande delle soddisfazioni umane".

69. "L'Avvenire", 19 maggio 1922.

70. "L'Avvenire", 25 agosto 1922. Nello stesso numero del periodico si legge una corrispondenza da Longarone che dà notizia della partenza oltre Oceano di un assessore socialista di quel comune, Angelo Nora. Questo il commento: "Egli è partito, come tanti e tanti altri, per la straniera terra per veder di migliorare le sue sorti, per cercare quello che qui, per chi è nato senza camicia, non gli è possibile avere: un pane sufficiente e sicuro". Va detto, solo per inciso, che gli inviti a non emigrare venivano anche dal Segretariato laico dell’emigrazione, ricostituitosi a Belluno subito dopo la guerra. Nel 1919-20 cambiò statuto per diventare anche Ufficio del lavoro, sezione dell’Umanitaria di Milano; cfr. “L’Avvenire” del 23 gennaio 1920.

71. "L'Avvenire", 14 luglio 1922.

72. "L'Avvenire", 14 luglio 1922.

73. "L'Avvenire", 21 luglio 1922.

74. Sabbatucci, cit., pp. 313-317.

75. "L'Avvenire", 4 agosto 1922.

76. Giovanni Sabbatucci ha scritto: "Dopo il fallimento dello sciopero legalitario si fecero più allarmanti i segni di sbandamento e di disgregazione in seno al movimento operaio. Alla fine d'agosto il sindacato ferrovieri, l'USI e la UIL decisero di riprendere la loro libertà d'azione, decretando così la morte dell'Alleanza del lavoro"; cfr. Sabatucci, cit. p. 317.

77. "L'Avvenire", 20 ottobre 1922. Così si scriveva: "Ai compagni! Agli abbonati! Nell'attesa che abbia esito il referendum indetto nelle sezioni per vedere quanti siano gli aderenti al Partito Socialista Italiano e quanti si iscrivono al Partito Unitario, "l'Avvenire" sospende le sue pubblicazioni. La sosta sarà breve; ma essa è resa inevitabile dalle condizioni del momento che non hanno potuto non avere la loro ripercussione nel Comitato di redazione del nostro periodico. Siamo certi però che esso tornerà ben presto a vivificare della sua voce le masse che lo hanno voluto e che fin qua lo hanno sorretto. Il giornale, che è stato la bandiera di tutte le buone battaglie combattute tra noi in nome del socialismo, si ripiega un momento su se stesso per poter più franco, più svelto, più libero ancora riprendere  il suo cammino. W il Socialismo!". 

78. Rimando al mio art. Il territorio provinciale: progetti di modifica in periodo fascista, "Protagonisti", 62 (1996), p. 9. Viel era ancora vicepresidente del Consiglio provinciale e deputato. Nella riunione precedente della Deputazione, tenutasi il 28 ottobre 1922, il deputato Gino Angoli diede le dimissioni a causa della scissione dei riformisti avvenuta al Congresso socialista di Roma; a nulla valsero le pressioni degli altri deputati provinciali perché le ritirasse.

79. ACS, cit., segnalazione della prefettura al Min. Interno del 9 settembre 1922.

80. ACS, cit., segnalazione del 29 novembre 1922.

81. Irene Viel colse l'occasione della partenza di un emigrante diretto in Argentina per affrontare il viaggio (Eleonora Viel non si ricorda il nome di questo emigrante, sa solo che non era di Ponte nelle Alpi). A Buenos Aires Irene si sposò con un lavoratore originario della Svizzera. Di più non si sa anche perché tra le due famiglie non fu tenuta corrispondenza.

82. Sui temi psicologici dei lavoratori in viaggio per l'estero cfr. Emilio Franzina, L'immaginario degli emigranti. Miti e raffigurazioni dell'esperienza italiana all'estero fra i due secoli, Pagus ed., Paese (Treviso), 1992, e Cecilia Lupi, "Trenta giorni di macchina a vapore": appunti sul viaggio degli emigranti transoceanici, in "Movimento operaio e socialista", 3 (1983), p. 467 e sgg. Quanto ai compagni antifascisti rimasti a Ponte nelle Alpi, Giuseppe De Tomas ha testimoniato che cinque o sei, amici di Viel, furono presi, costretti a prendere l'olio di ricino come spregio nei loro confronti e, per ridicolizzarli, furono portati in giro per il territorio comunale, fino a Losego; testimonianza rilasciatami l’8 giugno 1996.

83. Si davano poi i connotati di Fortunato Viel: "Statura alta, corporatura robusta, capelli biondi folti, colorito roseo, naso regolare, viso ampio, espressione risoluta". Nessun rimarco si faceva sulla condotta morale.

84. Non solo la polizia argentina vigilava, ma l'Ambasciata italiana aveva i suoi informatori per individuare e seguire gli antifascisti. Il regime poté avere appoggi dai governi al potere in Argentina, ed inoltre sviluppò una rete di sezioni fasciste e di centri ricreativi che furono ovviamente in conflitto con quelli creati dagli esuli italiani dissidenti. Sui modi della penetrazione del fascismo tra gli italiani nell'America latina e in Argentina cfr. I. Guerrini, M. Pluviano, L'organizzazione del tempo libero nelle comunità italiane in America Latina, in V. Blengino, E. Franzina, A. Pepe (a cura), La riscoperta delle Americhe, TETI, Milano, 1994, e ancora I. Guerrini, M. Pluviano, L'Opera Nazionale Dopolavoro in Sud America: 1926-1941, in "Studi emigrazione", 119 (1995), p. 518 e sgg. Vi si parla in questo articolo anche delle Case d'Italia, edifici dove potevano avere sede, oltre che la sezione del fascio, anche l'OND, la Dante Alighieri, l'Associazione Naz. Combattenti, e così via (p.520). Sul giornale "L'Italia del Popolo" e sull'Alleanza antifascista italiana in Argentina cfr. Luciano Patat, Giuseppe Tuntar, Quaderni dell'Ist. Friulano per la storia del movimento di Liberazione, Udine, 1989. Il primo Congresso nazionale dell'Alleanza si tenne nel maggio del 1928 e sancì la rottura del fronte antifascista, così come era avvenuto a Parigi, dove le componenti non comuniste fondarono la Concentrazione antifascista (p.128). Non tutti i socialisti comunque uscirono dall'Alleanza, e tra questi Fortunato Viel.

85. Cfr. Francesco Corigliano, Il dissenso durante il fascismo in una provincia veneta: Belluno, Quaderno n. 4 di "Protagonisti", 1991, p. 186.

86. Risulta che Viel ebbe la carica di revisore dei conti. Su questi temi si trovano saggi documentati anche nel libro curato da Bruno Brezza, Gli italiani fuori d'Italia, Angeli, Milano, 1983, dove appare fra l’altro il lavoro di M. De Lujan Leiva, Il movimento antifascista in Argentina. 1922-1945, pp. 549-582. Sulle divisioni dei socialisti all’estero cfr. anche Gaetano Arfè, La politica del gruppo dirigente socialista nell’esilio, in AA.VV., L’emigrazione socialista nella lotta contro il fascismo (1926-1939), Sansoni, Firenze, 1982, p. 13 e sgg.

87. Tuntar continuò comunque a mantenere dei contatti con il partito comunista e quando morì, il 2 luglio 1940, molti comunisti lo piansero, ma non solo loro. Fu il direttore dell'"Italia del Popolo", Vittorio Mosca, a ricordarlo nell'orazione funebre; cfr. Patat, cit., p. 154.

88. Cfr.  Patat, cit., al cap. "Il colpo di stato. I militari al potere", p. 135 e sgg.

89. Sulle vicende dell'antifascismo italiano in Argentina negli anni trenta cfr. Pietro Rinaldo Fanesi, Verso l’altra Italia. Albano Corneli e l’esilio antifascista in Argentina, Angeli, Milano, 1991, in particolare il cap. intitolato "Fascismo e antifascismo dopo il golpe del 1930", p. 70 e sgg. L’autore dà anche informazioni sulla nascita e i primi anni dell'Alleanza antifascista, alla quale aderirono inizialmente le varie correnti socialiste, i repubblicani ed i comunisti, p. 63. Il marchigiano Albano Corneli fu il promotore del recupero della Casa di Garibaldi a Montevideo e della sua trasformazione in Museo garibaldino, p. 123.

90. Cfr. Fanesi, cit., in particolare pp. 107-125.

91. Testimonianza di Virgilio Bortot, tramite una telefonata fatta dal fratello Giovanni in Argentina il 7 aprile 1996. Un altro testimone, Ernesto Viel, mi ha dichiarato di avere conosciuto Fortunato Viel a Buenos Aires, prima che morisse. Abitava in una bella casa in via Marco Paz, Villa Devoto. La figlia di Fortunato aveva sposato un ingegnere svizzero, che ha portato avanti l'attività della ditta, a cui era associato inizialmente anche Giacinto D'Incà, originario di Limana; testimonianza rilasciatami a Belluno, il 31 agosto 1996.

92. Non erano molte le ricerche storiche sull'emigrazione politica bellunese del primo cinquantennio del '900 edite precedentemente al libro di Francesco Corigliano. Vanno citati gli articoli di Aldo Sirena, Appunti sull'emigrazione politica dalla provincia di Belluno, e di Tina Merlin, Lavoro e impegno politico dell'emigrazione stabile e temporanea di bellunesi in Jugoslavia, entrambi pubblicati in "Protagonisti", n. 27 (1987); inoltre, lo studio di Peppino Zangrando, Spagna grande amore. Volontari antifascisti bellunesi a difesa della Repubblica Spagnola 1936-1939, ISBREC e Nuovi Sentieri, Belluno, 1986.
 

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