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Risposta Segretario Generale Cgil Belluno Mauro De Carli

Nellfoto de carli articolia giornata di ieri, con l’intervista della presidente Confindustria Belluno-Berton, si è formalmente riaperta quella discussione, che è rimasta sopita  per  molti mesi, cioè da quando  con la chiusura del Lockdown e delle attività produttive di marzo  si è iniziato a ragionare su come, quando e quale sarebbe stata la  ripresa produttiva possibile dopo la fase buia del blocco COVID.

Gli industriali ieri su un nostro quotidiano locale rivendicavano la piena facoltà di licenziamento, per ora ostacolata dall’ultimo blocco imposto dal Decreto agosto e che coincide con la data del 15 novembre prossimo. La loro volontà di “liberarsi” di gruppi  dei loro dipendenti è sicuramente dettata dal protrarsi della stagnazione  post-blocco COVID, dalla mancanza di una ripresa  che Confindustria prevedeva, questo in epoca lockdown,  più veloce e consistente, tanto che chiesero, con  toni decisi ed accusatori nei nostri confronti, di sospendere il periodo di ferie solitamente posizionate ad agosto, per recuperare  la produzione  che il lockdown aveva  bruciato.

In verità da parte sindacale avevamo fatto presente  tre aspetti che gravavano su una ripartenza totale; la frenata degli ordini era partita  già a fine 2019 (non è stato quindi solo colpa del Covid se gli ordini erano in arretramento),e poi con il COVID si erano evidenziati meccanismi  di blocco assai diversi tra loro (scelte diversificate dei  vari Governi nazionali da quello liberista di Trump a quelli più  ferrei e decisi degli stati europei), che hanno reso complessa e complicata  la gestione delle filiere produttive e segmenti industriali ormai sempre più globalizzati (la vicenda delle mascherine  ne è stato un esempio), procurando ritardi nelle forniture di semilavorati e chiusure di mercati commerciali.

Il terzo motivo è legato alla trasformazione che il COVID  comporta (e comportera’) nelle mutazioni dei sistemi produttivi e probabilmente degli stessi sistemi industriali.

Questo è il punto vero della discussione; prima di pensare a licenziare  bisognerebbe capire  quali nuovi indirizzi dare alla nostra economia, in particolare alla nostra manifattura. Su questo punto  dai giorni bui della chiusura totale delle attività (che poi totale in verità non fu) stiamo chiedendo  e vogliamo sapere se il mondo produttivo ha in mente  un modello futuro, magari che riesca a fare tesoro  delle stesse esperienze  che derivano dal  COVID e che sappia recepire le necessità che proprio il COVID ci ha evidenziato. Esempio il RESHORING per accorciare le filiere  e mantenere attive le produzioni dei beni essenziali, come quelle legate alla sanità, settore  che potrebbe divenire nuovo propulsore di attività economica e produttive ad esso  collegate.  Modelli industriali  che sappiano coniugare  i protocolli sulla sicurezza (perché con il contagio bisogna continuare a fare i conti, come pure con la problematica degli infortuni sul lavoro, nuovamente aumentati dopo la ripartenza) con la competizione  dettata da industria 4.0, dalla digitalizzazione, elementi di modernizzazione su cui non si può attendere ulteriormente.

Ed è a questo punto che possiamo dare un senso al blocco dei licenziamenti  voluto dal Governo; per questi cambiamenti serve tempo, si devono coprire le difficoltà di imprese e lavoratori di questi mesi con gli ammortizzatori sociali (che infatti sono esplosi per quantità di utilizzo e il Governo ipotizza di utilizzare anche i fondi SURE predisposti dall’Europa) ed arrivare al momento giusto con un cambiamento del sistema produttivo già improntato, serve recuperare in pieno le maestranze (valore aggiunto dell’impresa) rimaste provvisoriamente a casa ed avviarci nel 2021, dove tanti economisti indicano esserci i primi segnali di una inversione  del PIL mondiale. Allora non serve licenziare, anzi servirebbe dare continuità ai tanti precari dei  contratti a termine, serve sicuramente riorganizzare il mondo produttivo, meglio se secondo gli indirizzi strategici che l’accesso ai Fondi del RECOVERY FUND imporrebbero alle politiche dei governi e delle economie che li intendono utilizzare. Digitalizzazione dell’economia, sostenibilità ambientale (noi diciamo anche “soprattutto sociale”ed evitare i possibili fenomeni di “rabbia sociale” che fasi involutive dell’economia fanno spesso esplodere), economia circolare  che recuperi lo sperpero di energia e di materiali.

Se qualcuno (Confindustria) invece pensa sia giusto accorciare i tempi,  mescolare licenziamenti e  ristrutturazioni, lancia un messaggio  che mi preoccupa perché sembra riproporre un vecchio modo di gestire economia e lavoro, ripresenta un ricetta uguale a quella del pre-COVID, che prevedo riprenda gli stessi meccanismi del vecchio sistema, anche sulla precarietà, sul mancato recupero delle diseguaglianze, sulla debolezza insita nel nostro sistema produttivo, in special modo quello veneto, forte nel produrre per i bassi salari  ma debole nella competizione globale.  Potremmo cosi’ disperdere quell’incredibile  portata di risorse europee che stanno per arrivare nel 2021 , non si aprirebbero direzioni che reputiamo essere indispensabili per una nuova moderna fase economico-sociale, probabilmente  non si condividerebbero quegli indirizzi che l’Europa, pur dentro le proprie divisioni interne, è riuscita a definire come strategici ( i processi di digitalizzazione, di ecosostenibilità, di innovazione avanzata).

Infine, dentro questo dibattito  un posto di rilievo lo devono avere anche i rinnovi dei Contratti Nazionali scaduti, per Belluno importantissimo quello dell’Occhialeria come quello dei Metalmeccanici; se la scelta che il mondo imprenditoriale vuol realmente fare  è quella di concertare il passaggio verso l’innovazione e insieme la coesione sociale, allora non puo’ reclamare libertà di licenziamento,  abbinandola  alla mancata chiusura dei rinnovi dei CCNL, che sono stati prima  frenati dall’avvento del COVID e ora dimenticati sull’altare della mancata ripresa. Anche su questo tema a breve credo sia indispensabile una risposta.

La volontà del sindacato, della CGIL, di costruire nel Paese un nuovo modello industriale c’è, che passi soprattutto per il valore del lavoro e dei lavoratori; speriamo esista anche quella degli imprenditori e che quanto troviamo scritto sui  giornali   locali sia solo uno sfogo eccessivamente ingigantito da un titolo roboante e che comunque  ci preoccupa moltissimo.

Mauro De Carli    Segr. Gen. CGIL Belluno

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